Un capolavoro sconosciuto del 1587. A Campodipietra la croce di Prospero Eustachio, cavaliere gerosolimitano di Gambatesa.

La Croce processionale della chiesa di S. Martino a Campodipietra
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Ho consegnato alla redazione di ARCHEOMOLISE un piccolo scritto sulla bellissima croce processionale di Campodipietra. Ne trascrivo una sintesi rinviando alla pubblicazione per il testo completo.

Per tutto l’anno la Croce di Campodipietra é tenuta in cassaforte, ma il 12 di agosto viene trasferita nella chiesa parrocchiale di S. Martino e portata solennemente in processione per le vie del paese che in quel giorno, per una anomalia liturgica, celebra S. Michele Arcangelo.

La sfera di base a baccelli contrapposti
Si tratta di una croce processionale d’argento e rame che, esclusa l’asta di legno, è alta circa 120 centimetri. La base è formata da un imbocco di rame cesellato, tronco-conico, su cui si appoggia la sfera, dello stesso metallo ma dorato, a baccelli contrapposti e separati da un canaletto in cui quattro teste di cherubini di argento si alternano a pietre preziose solitarie incastonate. Di grande effetto i due bracci della croce costituiti da tralci di vite che si avviluppano tra loro a formare una spirale con decorazioni fitomorfiche.

Particolare dei tralci di vite
Particolarmente curata l’ornamentazione che riproduce racemi dai quali partono rametti potati e grappoli d’uva con foglie tra le quali appaiono uccelletti nell’atto di beccare.
Il significato dei tralci d’uva è evidente e i riferimenti biblici sono tanti. A cominciare dal Salmo 80 (Libro dei Salmi). Così pure Isaia che due volte si richiama al simbolo della vigna. La prima volta nel cap. 5 (5, 1-7), la seconda volta nel capitolo 27 (27, 2-6).
Egualmente Geremia (5, 10; 6,9; 12,10-11), Ezechiele (15, 1-6; 17, 5-10; 19, 10-14) e Osea (10,1; 14, 8) fanno riferimento alla vigna.
Ma ancora più importanti sono le parole di Cristo che vengono riprese dall’evangelista Giovanni (15, 5-6) e che costituiranno un costante riferimento iconografico nell’arte cristiana, specialmente dopo il commento di S. Agostino a quel vangelo:
Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; codesti tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.
Prospero Eustachio, cavaliere gerosolimitano.
La linea di separazione tra i tralci accoglie due fettucce sulle quali si sviluppa l’epigrafe che riporta il nome del committente e l’anno di esecuzione dell’opera:
PROSPER . EVSTACHIVS . GAMMATENSE . EQVES . HIEROSOLIMITANVS
CAMPI PETRE . ARCHIPRESBITER . SVIS . SVMPTIBVS . HANC . CRVCEM . EREXIT ET . CAPPELLE . SANTISSIMI . ROSARY . DEDIC.
ANNO DOMINI M.D.L.XXXVII.
Che tradotto vuol dire: Prospero Eustachio da Gambatesa, cavaliere di Gerusalemme, arcipresbitero di Campodipietra realizzò questa croce a sue spese e la dedicò alla cappella del Santissimo Rosario nell’anno del Signore 1587.

La fettuccia di Prospero Eustachio
Nulla si conosce di questo personaggio che si definisce cavaliere gerosolimitano inteso come titolo onorifico, come è presumibile, o per aver partecipato attivamente a uno dei sodalizi cristiani che facevano capo all’importante movimento degli antichi crociati.
Invece non vi sono dubbi sulla comunità di provenienza, essendo il cognome Eustachio proprio di Gambatesa da dove venne nel 1557, cioè 30 anni prima della realizzazione della croce, per assumere la funzione di arciprete di S. Martino, come si ricava dai registri parrocchiali.
Cristo e Maria
Il personaggio fondamentale della croce è, ovviamente, il Cristo. Ormai appartengono al passato le immagini piuttosto rigide, quasi geometriche, in cui prevale l’aspetto puramente didascalico per essere sostituito da quello plastico e più realisticamente drammatico.

Particolare del Cristo crocifisso
Sulla testa reclinata sulla spalla destra manca la corona di spine sostituita da una sorta di aureola dentata con un esalfa centrale in forma di fiore a sei petali. Il petto è squarciato nel costato da cui fuoriescono sei vistose gocce di sangue.
Sul retro è l’immagine della Vergine che regge in braccio il Bambino completamente nudo con il braccio destro atteggiato a benedire. Maria è coperta da un ampio mantello dorato e riccamente decorato a sbalzo sotto il quale appare una tunica che si allarga in basso a coprire interamente i piedi.
S. Agostino e S. Martino
Il primo vescovo sull’estremo di sinistra del patibulum è rappresentato con la mitra sul capo, un piviale sulle spalle e un voluminoso libro nella mano sinistra.
Quest’ultimo particolare è l’attributo ricorrente dei Padri della Chiesa, ma nel nostro caso una ulteriore considerazione porterebbe a individuare precisamente in S. Agostino il personaggio rappresentato se se è vero che tutta la croce si ispira al commento che egli fece al vangelo di Giovanni (Johannis Evangelium) dove il significato della vite e dei tralci viene ampiamente illustrato.
Sembra chiaro che il commento di S. Agostino abbia fortemente condizionato la scelta formale dell’artista, sicuramente sollecitato nella riflessione dal committente Prospero Eustachio al quale possiamo ragionevolmente attribuire non solo il desiderio di essere ricordato nella fettuccia commemorativa, ma anche le indicazioni iconologiche da porre a base della rappresentazione.
Proprio nella capacità dell’artista di interpretare magistralmente il progetto iconologico del committente sta la grande qualità artistica di questa croce che non può, per questo, essere inquadrata semplicemente nell’ambito di una raffinata produzione di bottega.
Un’opera diventa capolavoro quando alla tecnica esecutiva si aggiungono contenuti che siano frutto di una elaborazione intellettuale oppure, come in questo caso, di valutazioni dottrinarie. Dunque la scelta dei tralci della vite, dei rametti potati, degli uccelletti che beccano gli acini d’uva sono il contesto simbolico che in forma di croce diventano il supporto del Cristo crocifisso.

S. Martino
Il secondo vescovo dovrebbe essere S. Martino, titolare della chiesa alla quale la croce era destinata e protettore di Campodipietra. Anch’esso è rappresentato con la mitra vescovile e un libro nella mano destra. La circostanza che con la mano sinistra stia indicando il proprio piviale sulle spalle sembrerebbe un vago riferimento all’episodio famoso del mantello che egli, non ancora vescovo, divise con il povero.
S. Domenico e S. Caterina da Siena
Due santi, uno maschio e una femmina, sono sul verso delle figure vescovili. Ambedue le immagini sono inquadrate da una cornice formata da quattro cherubini dalle ali dorate a doppia faccia che fanno da supporto anche ai santi che sono sulla faccia opposta. Si tratta delle figure di S. Domenico da una parte e S. Caterina da Siena dall’altra. Il primo è rappresentato nel consueto atteggiamento predicatorio mentre regge sull’avambraccio destro un libro aperto. Il volto è imberbe e un ciuffo di capelli è quanto rimane di un’ampia tonsura, tipica dei monaci dell’ordine da lui fondato, limitata sulle tempia da vistosi riccioli. Il capo, che si appoggia su un collo potente, è esaltato da una cappa dorata liscia che copre la tonaca bianca.
Dall’altra parte del braccio l’immagine di una monaca che dovrebbe essere S. Caterina da Siena. Il capo è coperto da una cocolla dorata sotto la quale il soggólo, la striscia di tela che fasciato il collo va a coprire interamente i capelli, avvolge un viso con un’espressione quasi di sorpresa. La mano sinistra si appoggia sul petto mentre la destra nasconde un libro.
Il pellicano.
Sul limite superiore del palo della croce è posizionato un nido di pellicano fatto di sottili fili di argento intrecciati a formare un cesto ansato. Il grande volatile è rappresentato con le ali aperte e il collo ricurvo nell’atto di beccarsi il petto mentre i suoi tre piccoli sono nell’attesa di abbeverarsi del suo sangue. Il piumaggio è formato da loriche a somiglianza di una corazza metallica. Chiaro è il suo significato simbolico e dottrinario.

Il pellicano
Papa Pio V nel 1570, quindi qualche anno prima della realizzazione della nostra croce (1587), aveva fatto inserire nel Messale Romano l’inno eucaristico “Adoro te devote” la cui composizione per tradizione viene attribuita a Tommaso d’Aquino che l’avrebbe scritta nel 1264 quando fu celebrata per la prima volta la solennità del Corpus Domini. Gli ultimi versi evocano proprio l’immagine del pellicano che viene associato alla figura di Cristo.
Nella tradizione iconologica cristiana il pellicano ha un significato allegorico legato alla leggenda secondo la quale, per sfamare i suoi piccoli, si ferisca il petto per far sgorgare il suo sangue. Nel Cristianesimo l’immagine del pellicano che squarcia il suo petto è stata associata alla figura di Cristo che dona il sangue sulla croce. Il riferimento al pellicano nel medioevo acquistò maggiore importanza per le trascrizioni che furono fatte dal Phisiologus (II-IV secolo) quando la leggenda del pellicano si arricchì di altri particolari che furono associati all’immagine di Cristo che muore e risorge dopo tre giorni.
Il Fisiologo racconta che i piccoli del volatile, appena divenuti sufficientemente grandi, colpiscano sulla faccia la loro madre fino a provocare la sua reazione e la loro uccisione. Alla morte dei piccoli segue il pentimento del pellicano che, il terzo giorno, si becca sul petto fino a farne uscire il sangue che, bagnando i figli, restituisce loro la vita.






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