A volte i piccoli segni diventano importanti per ricostruire una grande storia. Il Molise ha bisogno di recuperare i significati di queste piccole tracce per restituire al suo territorio il diritto ad essere riconosciuto come una terra che ha sempre fatto parte della storia europea, sfatando il mito negativo della sua perifericità.
Un’occasione ci viene dall’esame di tre opere d’arte che io considero straordinarie nella storia della Cristianità perché contengono elementi di unicità che non si trovano in altre parti del continente.
Mi riferisco a tre rappresentazioni dell’Annunciazione che si trovano in tre luoghi distinti della regione e appartengono a tre epoche assolutamente diverse tra loro.
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La prima è l’annunciazione della Cripta di Epifanio dipinta in età prossima all’842, cioé un paio di anni prima della morte dell’abate che la commissionò.
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La seconda è quella che si trova all’estrema sinistra del registro delle monofore della Cattedrale di Termoli e che, come convengono la maggior parte degli storici, fu realizzata tra la fine del XII secolo e il trentennio del secolo successivo.
La terza è l’Annunciazione di Montorio nei Frentani che l’olandese Teodoro D’Errico consegnò al committente Ascanio di Capua nel 1581.
Nella Cripta di Epifanio, proprio di fronte alla cavità dell’abside, in asse architettonico, si sviluppa il braccio corto dell’ambiente che, nella parte centrale, si conclude in alto in forma semicircolare per l’innesto della volta a botte che contiene la figura del Cristo dell’Apocalisse. Su questa parete, dove si apre una piccola finestra, che anticamente permetteva di osservare l’interno dell’ambiente inquadrando specificamente la parte centrale con la rappresentazione degli Arcangeli, è raffigurata la scena dell’Annunciazione.
Sulla destra è la Madonna che appare sbigottita per l’improvvisa apparizione dell’Angelo Gabriele. E’ ritratta in abiti regali, in piedi davanti ad un trono riccamente decorato da perle e pietre preziose. Non si vedono i piedi, ma la posizione complessiva ci fa intuire che essa sia appena scesa dal suppedaneo e con la mano sinistra, che regge ancora due fuselli di un arcolaio, cerchi di appoggiarsi al voluminoso cuscino purpureo.
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La piccola finestra anticamente permetteva di osservare dall’aula della sovrastante chiesa l’interno dell’ambiente inquadrando specificamente la parte centrale con la rappresentazione degli Arcangeli.
La stessa finestra, vista dall’interno della cripta assume certamente un altro significato perché è posta al centro della scena dell’Annunciazione.
Apparentemente la composizione non ha nulla di particolare; anzi rispetta i canoni più classici delle annunciazioni.
L’angelo Gabriele si sta rivolgendo a Maria e indica la finestra che si interpone tra le due figure. Dalla finestra entra la luce che si materializza dalla parte opposta con la figura dell’Angelo.
Maria non ha paura dell’angelo Gabriele, ma dell’Angelo che le appare di fronte, perciò pone la mano con il palmo aperto. Come per difendersi da lui.
Insomma è atteggiata a dichiararsi poco disposta a ricevere il messaggio perché ha paura.
Chi rappresenta quell’Angelo che le è di fronte e che le è stato illuminato dalla luce indicata dall’arcangelo Gabriele?
La soluzione, dunque, sta nel capire i significati dell’angelo dell’abside. È una immagine molto particolare.
In questa cripta nulla sta per caso e non è un caso che quest’angelo centrale sembri sovrastare i quattro angeli che stanno, due a destra e due a sinistra, sui quatto angoli del braccio dell’abside.
Dunque per capire il significato dell’angelo centrale si deve capire perché sovrasta gli altri quattro.
Sembra di vedere concretizzato in uno spazio ristretto un concetto teologico cosmico.
Un concetto del quale si era fatto interprete Ambrogio Autperto nel commentare quella parte dell’Apocalisse di S. Giovanni dove si legge: Dopo di ciò, vidi quattro angeli che stavano ai quattro angoli della terra, e trattenevano i quattro venti, perché non soffiassero sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta. Poi vidi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare.
La descrizione di S. Giovanni corrisponde esattamente a quanto si vede in questa parte della cripta.

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Al centro dell’abside vi è un angelo che appare nella sua potenza solo perché la luce che si infila nella fenestella confessionis lo illumina venendo da Oriente.
Ha le ali aperte e regge una lunga asta crucisegnata, che è proprio quel sigillo del Dio vivente che sarà utilizzato per segnare i figli di Israele un attimo prima della devastazione universale, ma che è anche il simbolo del suo potere sugli altri angeli.
Un potere assimilabile a quello degli imperatori, tant’è che viene rappresentato all’interno di un clipeo rosso, come la loro immagine nei tribunali romani.
L’angelo centrale rappresenta un soggetto che ha il potere di un imperatore. Anche quello di giudicare, come se la cripta fosse l’interno di un tribunale.
Dunque egli rappresenta qualcuno che sta per giudicare dopo aver dato un ordine.
Ma la circostanza che la sua immagine si sia formata per effetto della luce che entra dalla fenestella confessionis, che quella luce venga indicata dall’angelo Gabriele a Maria e che Maria si spaventi per l’immagine che si forma nella calotta dell’abside porta alla conclusione logica che quell’angelo rappresenti l’Angelo-Cristo che scende sulla terra per giudicare i vivi e i morti. Proprio come aveva intuito Ambrogio Autperto.
Dunque, a S. Vincenzo troviamo l’unica rappresentazione apocalittica dell’Annunciazione dove si fondono concetti teologici, qualità artistiche e soluzioni spaziali mai ripetute nella storia dell’arte e dell’architettura.
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L’Annunciazione sulla facciata del Duomo di Termoli (Primi XIII sec.)
La seconda Annunciazione si trova sulla facciata della Cattedrale di Termoli. Avremo modo di tornare sui problemi di datazione di questo insigne monumento per il quale fino ad oggi si è avanzata timidamente l’ipotesi di un ruolo centrale nei grandi traffici tra l’Occidente e l’Oriente.
Ancora una volta, ove ci fosse bisogno di affermarlo, un punto fermo nell’analisi dei fatti storici ci viene da Montecassino dove Pietro Diacono ribadì nel suo Registrum, a proposito della drammatica fuga di Atenolfo al tempo della venuta di Enrico II a rivendicare la titolarità dell’impero carolingio in questa parte della Longobardia Minore, che per andare a Costantinopoli si partiva dal porto di Termoli.
Pietro Diacono, che trascrive Leone Ostiense, con una interpolazione sostiene che l’imbarco sia avvenuto a Termoli: atque per Sangrum ad Termulas transiens, cupiensque Constantinopolim ad imperatorem confugere mare ingressus est …
Questa importante citazione fino ad oggi sottovalutata apre uno spiraglio nella complessa vertenza sul ruolo di Termoli come punto strategico per i rapporti che i Crociati ebbero con l’oriente e la complessa vicenda della traslazione delle reliquie di S. Timoteo e di S. Basso.
Non abbiamo documenti che possano dare una soluzione definitiva alla datazione della fase costruttiva della Cattedrale di Termoli relativa alla facciata. Ma comunque si mettano le cose la composizione finale non va oltre il primo trentennio del XIII secolo.
Quale è il fatto nuovo che a noi interessa dal punto di vista iconologico e iconografico?
Per la prima volta nella storia delle rappresentazioni della scena dell’Annunciazione appare un angelo che regge nella mano sinistra un giglio.
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L’arcangelo Gabriele e il giglio sulla Cattedrale di Termoli
Non si conosce alcuna pittura o scultura di epoca precedente in cui l’arcangelo Gabriele abbia nelle mani il fiore che per il resto dei secoli sintetizzerà il concetto di verginità permanente di Maria Madre di Dio.
Pietro Cavallini solo nel 1291, cioè circa 60 anni dopo, metterà sul trono di Maria, nel grande mosaico di S. Maria in Trastevere, un vaso con il giglio.
Tutta la storia dell’arte sarà influenzata da questo piccolo particolare. Sempre per rimanere in ambito molisano si pensi alla piccola formella del 1386 che si trova sulla facciata della chiesa dell’Annunziata di Venafro che sembra ispirarsi proprio al vaso con i gigli di Cavallini.
La composizione scultorea di Termoli risponde ai criteri canonici del rapporto tra l’arcangelo Gabriele che, secondo il solito, sta sulla destra di chi guarda e l’immagine di Maria che ha in mano il fusello che ricorda la narrazione apocrifa secondo cui, quando ricevette l’annunzio, era intenta a filare.
Il giglio nelle mani di Gabriele è molto particolare perché non è il fiore naturale, ma quello araldico che poi diventerà il simbolo degli Angioini. Una questione complessa sulla quale necessariamente ritorneremo.

Pietro Cavallini 1291. S. Maria in Trastevere. Roma

I gigli di Cavallini del 1291 e i gigli di Venafro del 1386
La terza Annunciazione si trova nella chiesa dell’Assunta di Montorio.
Di quest’opera ormai conosciamo tutto, ma due elementi costituiscono una peculiarità che diventerà fondamentale per tutto il barocco e che sono una diretta conseguenza dei principi dogmatici affermati nel Concilio di Trento che si era concluso da poco.
Da una parte il ruolo esterno dell’arcangelo Gabriele che, con il suo dinamismo aereo e asessuato, è il messaggero di Dio, nel vero senso della parola.
Mai prima di Teodoro D’Errico si era visto un arcangelo che entrasse nella scena in forma così dinamica. Caravaggio nel 1581 ancora doveva venire.
Dall’altra parte il ruolo simbolico del giglio.
Il concilio di Trento (1545.1563) aveva ribadito il dogma della verginità perpetua di Maria affermata nel primo concilio lateranense del 639.
Nei gigli rappresentati da Teodoro D’Errico sembra potersi leggere un approfondimento teologico con un sottile riferimento alle conclusioni del concilio di Martino e che erano state in maniera più precisa ribadite da Paolo IV nel 1555: Beatissimam Virginem Mariam… pestitisse semper in virginitatis integritate, ante partum scilicet, in partu et perpetuo post partum.
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I gigli dell’Annunciazione di Montorio, che sono collocati in un vaso poggiato in primo piano a terra, sono formati da tre fiori che hanno una caratteristica particolare: Uno è ancora chiuso. Il secondo sta per sbocciare. Il terzo è completamente aperto.
Appare evidente che Teodoro abbia voluto richiamare in maniera esplicita le indicazioni conciliari e le considerazioni di papa Paolo IV sulla verginità di Maria, prima, durante e dopo il parto.



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