S. VINCENZO AL VOLTURNO – Guida rapida alla visita

S. VINCENZO AL VOLTURNO
Guida rapida alla visita

In fase di allestimento la parte grafica

 

Testi e disegni di Franco VALENTE

 

Anche il visitatore occasionale si renderà conto che la grande Basilica di S. Vincenzo al Volturno è stata ricostruita in tempi abbastanza recenti, però se avrà la pazienza di osservare con attenzione le sue murature, il suo impianto ed una parte degli elementi architettonici si accorgerà facilmente che anticamente già ne esisteva un’altra al suo posto. Se poi approfondirà le conoscenze leggendo il libro scritto da Angelo Pantoni, il monaco benedettino, archeologo ed ingegnere, che ne curò la ricostruzione, scoprirà tutta la problematica che vi si nasconde. Quando Pantoni studiava S. Vincenzo, non si conosceva quasi nulla dell’area archeologica oggi scavata dall’altra parte del Volturno e la cripta di Epifanio era considerata un edificio isolato. La circostanza lo portava a ritenere che questo fosse il sito dell’originario monastero fondato da Paldone, Tatone e Tasone e che in questo luogo fossero i resti della grandiosa Basilica di Josue che, invece, rimaneva al di là del fiume.
Inoltre le sue convinzioni si consolidarono quando, nei pressi di questa facciata trovò due frammenti di una iscrizione che, secondo il Chronicon Vulturnense, era collocata sul fronte della precedente chiesa.
Questa l’epigrafe: QUAEQUE VIDES HOSPES PENDENCIA CELSA VEL IMA VIR DOMINI IOSUE STRUXIT CUM FRATRIBUS UNA.
I due frammenti sono ora in vista sul muro laterale di sinistra, nei pressi della porta interna del campanile.
D’altra parte, nel cominciare la ricostruzione, Pantoni aveva di fronte i ruderi dell’ultima chiesa, quella riparata nel XVIII secolo (che aveva una dimensione notevolmente più piccola), e l’impianto di quella attuale, compresa la base di un poderoso campanile. Egli, pertanto, eseguì una ricostruzione applicando i principi teorici che Viollet-le-duc aveva enunciato nel restauro di architetture gotiche.
La critica in futuro disputerà a lungo se l’esperimento di Angelo Pantoni sia stato positivo o negativo dal punto di vista strettamente scientifico, di sicuro vi è che oggi l’esistenza di una basilica costituisce l’elemento più certo per avviare una nuova rinascita dell’intero complesso monastico.

 

S. Vincenzo alle fonti del Volturno, in locum ubi Samnia vocatur
A poco più di un miglio dalle sorgenti del Volturno, forse sulle rovine dell’antica Sannia, i conquistatori romani, dopo averla distrutta nel 295 a.C., edificarono un vicus che prosperò per tutta l’epoca repubblicana. Sulle sponde del fiume, in epoca imperiale il vicus fu trasformato in una fattoria ben organizzata.
Il Chronicon Vulturnense, uno dei più importanti documenti di storia altomedioevale, scritto nel XII secolo nello scriptorium benedettino di S. Vincenzo al Volturno, racconta che Costantino il Grande, nel IV secolo, vi abbia fatto edificare una basilica dedicata a S. Vincenzo, successivamente abbandonata dopo essere divenuta sede di una piccola cattedra vescovile di cui si ha memoria nel 502 con il vescovo Marcus Samninus (Marco di Sannia).

 

Il nome di Sannia si conservò nel monastero vulturnense che, per tutto il medioevo, continuò a chiamarsi Castellum Sampnie.
Nel 703, Paldone, Tatone e Tasone, tre principi longobardi di Benevento, dopo aver abbracciato la regola benedettina, ottennero dai duchi di Benevento, loro familiari, in concessione tutto il territorio dell’Alta Valle del Volturno e, su quello che rimaneva dell’antica chiesa di S. Vincenzo e della città chiamata ancora Sannia, cominciarono la costruzione di uno dei monasteri longobardi che avrebbe caratterizzato la storia europea dei secoli che precedettero la fine del primo millennio.
Alla metà dell’VIII secolo, prima Pipino il Breve e poi Carlo Magno ebbero grande interesse per questo cenobio e vi inviarono anche un proprio funzionario, Ambrogio Autperto, che, dopo essersi fatto monaco, vi fu eletto abate.
Questi fu conosciuto in tutta l’Europa di quei tempi per aver scritto uno dei più importanti Commentarii dell’Apocalisse di S. Giovanni ed un trattato sull’Assunzione di Maria Vergine.
Sia l’arte che l’architettura dell’alto medioevo furono profondamente influenzati dalle interpretazioni apocalittiche di questo monaco carolingio, formatosi nell’ambito culturale benedettino di S. Vincenzo al Volturno.

 

LA BASILICA DI S. VINCENZO MAGGIORE
L’abate Josue, cognato di Ludovico il Pio

Nel 792 a S. Vincenzo fu eletto abate Josue, la cui sorella andò sposa al futuro imperatore Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno. A Josue si deve una completa ri¬strutturazione del mona¬stero che vide la presenza stabile di oltre mille monaci, di¬venendo una delle più importanti città monastiche del bacino mediterraneo.
Durante il suo abbaziato fu innalzata la grandiosa chiesa di S. Vincenzo Maggiore, tra le più grandi della cristianità altomedioevale, con 32 colonne ed una lunghezza di oltre cento metri (60 metri la chiesa e 40 metri il portico). Alla sua inaugurazione, forse nell’817, intervenne il Papa Pasquale I e (secondo il Chronicon) lo stesso Ludovico.
Josue si era reso conto che ormai l’organizzazione monastica di S. Vincenzo aveva assunto caratteri di assoluto rilievo e che ormai, nel quadro della Renovatio Romani Imperi, era il momento di dare una connotazione urbanistica alle articolazioni monastiche che prima, in maniera spontanea, si erano aggregate all’antico nucleo di S. Vincenzo.
Seguendo un criterio di pianificazione e di razionalizzazione degli spazi, sulla scorta della Regola di S. Benedetto e condizionato dalle sopravvivenze delle strutture del vicus e della villa romana, che comunque costituivano il tessuto (oltre che fonte di materiale lapideo già lavorato) su cui, con rinnovate concezioni funzionali e spaziali, poteva adattarsi la cittadella monastica, diede inizio ad un’opera che portò il complesso vulturnense a collocarsi tra i più importanti monasteri d’Europa.
Il basamento di un preesistente edificio repubblicano, posizionato peraltro a diretto contatto con la pianura di Rocchetta, costituì il pretesto decisivo per impiantare la nuova grandiosa chiesa dedicata a S. Vincenzo. Una grande scalinata, preceduta da un chiostro che racchiudeva lo spazio esistente tra il basamento del tempio e l’argine del Volturno, permetteva di salire al sagrato della chiesa, limitato da due torri campanarie quadrangolari. Un secondo porticato, il paradysus, di impianto pressoché quadrato anticipava la facciata della basilica che recava in alto una grande scritta, il cui testo è riportato dal Chronicon: “Ospite, qualunque edificio tu veda, dal più alto al più basso, sappi che è stato costruito da Josue insieme ai suoi confratelli“.
La chiesa era a tre navate separate da due file di sedici colonne per parte che, il giorno dell’inaugurazione, furono ornate singolarmente da pallii pendenti. Quel giorno erano presenti, secondo il cronista, lo stesso Ludovico e papa Pasquale I , nonché un gran numero di vescovi, cardinali, chierici ed una moltitudine di persone utriusque condicionis et sexus.
Per la costruzione della chiesa di S. Vincenzo fu adoperato in massima parte materiale proveniente da Capua (prevalentemente colonne di granito egiziano rosa e nero) ed appartenuto a preesistenti edifici romani. Tutte le pareti interne furono affrescate, come risulta oggi confermato dai primi saggi archeologici.
La sua impostazione spaziale è basata su una rigorosa assialità longitudinale, con la grande navata centrale e le due laterali (porticus) separate da colonne, priva di transetto e comunque anticipata da un paradysus, cioè un atrio con colonne.
La recente scoperta (1993-1994) della grande cripta semianulare sottostante la parte presbiteriale (adytum) dell’abside centrale intanto conferma la straordinaria importanza che la basilica vulturnense dovette avere per l’abate Giosue e per i suoi immediati successori.
Nella cripta di S. Vincenzo Maggiore sembra portata alla esasperazione la ricerca di uno spazio labirintico, di memoria catacombale, finalizzato a proteggere con una serie di involucri murari la parte più sacra dell’edificio, quasi che esso, alla fine, nel suo complesso, assumesse la funzione di un reliquiario in cui solo pochi avevano il privilegio di accedere fisicamente.
Il particolare tipo della decorazione, che non ha eguali in tutto il mondo carolingio, sembra costruito in maniera da apparire come una superficie tombale ricca di diamanti, marmi policromi, tarsie multicolori, rosoni, pannelli di cubi in assonometria, che in qualche modo possano contribuire ad evidenziare il carattere prezioso dell’ambiente, un vero e proprio paradiso sotterraneo, degno di accogliere le spoglie terrene dei Santi. In questo contesto sono le immagini a mezzo busto degli abati, uno giovane e l’altro anziano, sistemate nella parte concava di piccole nicchie che fronteggiano lo spazio sottostante la fenestella sotto la quale era situata la tomba di S. Vincenzo
Il nuovo complesso basilicale di Giosue ai suoi contemporanei doveva apparire come elemento dominante sul resto dell’agglomerato di edifici e di chiostri che si sviluppavano tutt’intorno. I percorsi interni al monastero erano articolati in rapporto alla funzione che le singole parti assolvevano, cercando di evitare sovrapposizioni tra i collegamenti delle zone riservate al lavoro ed alle attività quotidiane con quelli più propriamente liturgici. La parte in cui erano le officine, infatti, secondo la Regola di S. Benedetto, doveva comunque rimanere nell’ambito del monastero, senza interferire, evidentemente, con la parte riservata alla preghiera ed alle cerimonie liturgiche

 

LA CRIPTA DI EPIFANIO
Per saperne di più sulla Cripta di Epifanio si può vedere su questo sito.
La Cripta di Epifanio è uno dei gioielli della cultura religiosa altomedioevale. Al suo interno, estremamente piccolo, è conservato il più importante ciclo di affreschi del IX secolo, miracolosamente sopravvissuto alla devastazione saracena dell’881, ai guasti del tempo ed all’incuria degli uomini. Solo con le dovute cautele è possibile effettuare una visita, previa autorizzazione dell’Abbazia di Montecassino che ne è la proprietaria.
Fin dal secolo scorso, quando un contadino arando il terreno la scoprì, è stata oggetto di molteplici ed accurati studi che hanno permesso di scoprire, anche con diversificate interpretazioni, i significati e le motivazioni del ciclo pittorico.
Esistono numerosi saggi che possono permettere di conoscere nei minimi particolari tutti gli elementi compositivi e la simbologia delle pitture. Pertanto se si ha il tempo e la voglia di approfondire la conoscenza del sacro luogo, ci si potrà recare presso la biblioteca dell’Abbazia dove, compatibilmente con le esigenze della Comunità Monastica Benedettina, si troverà quanto occorre per saperne di più e approfittando magari di una bella giornata per sedersi all’ombra di un qualsiasi albero lungo il corso del Volturno, dedicarsi ad un’ora di sana lettura.
Si avrà modo di scoprire un mondo, quello dell’alto medioevo benedettino, ricco di suggestioni e stimoli che faranno ritrovare valori troppo spesso dimenticati.

 

Cosa è la cripta di Epifanio?
E’ la parte sottostante l’altare maggiore della chiesa di S. Maria in Insula, costruita dall’abate Epifanio tra l’824 e l’842. La Cripta è piuttosto buia perché la luce proviene da una sola piccola finestra ed era il luogo dove poche persone per volta potevano ritirarsi in preghiera. Tutto il ciclo pittorico è ispirato all’Apocalisse di S. Giovanni.

 

Che cos’è l’Apocalisse?
Il libro dell’Apocalisse, detto pure della Rivelazione dalla parola con cui comincia, fu scritto dall’apostolo Giovanni l’Evangelista. E’ l’unico libro profetico del Nuovo Testamento e rivela cose future ed oscure, secondo un genere, detto appunto apocalittico, già usato nel Vecchio Testamento. E’ ricco di immagini, rappresentazioni, numeri e descrizioni di difficile interpretazione. Il libro fu scritto quando Giovanni era in esilio nell’isola di Patmos verso l’anno 95, durante la persecuzione di Domiziano. Si richiama alle parole di Cristo che prometteva il trionfo dopo la tempesta e riprende il tema della Resurrezione che culmina nel giorno del grande Giudizio quando Iddio sarà vendicatore e premio degli eletti.

 

Chi era Ambrogio Autperto?
Un funzionario della corte di Pipino il Breve, mandato nell’Italia meridionale poco dopo la metà dell’VIII secolo a conoscere la situazione politica del monastero di S. Vincenzo al Volturno, uno dei più importanti dell’epoca, dove si fece monaco. Quando nel 771 Autperto fu eletto abate, Carlomagno, figlio di Pipino, era re dei Franchi. Secondo la tradizione lo stesso Carlomagno, prima di diventare imperatore, sarebbe venuto alle sorgenti del Volturno.
Autperto ebbe grande fama al suo tempo per aver posto la questione della centralità della Madonna nel processo di salvezza dell’uomo. Scrisse alcuni trattati, fondamentali nella storia del Cristianesimo, sull’Assunzione di Maria al Cielo e sulla interpretazione delle descrizioni dell’Apocalisse di S. Giovanni. Il suo Commentario dell’Apocalisse fu trascritto in tutti monasteri, tant’è che le poche copie medioevali che oggi ci rimangono si trovano ad Oxford (proveniente dall’Abbazia benedettina di S. Dionigi di Parigi), a Padova, a Shaffausen, a Valencia, a Benoit-sur-Loire.
Alla visione apocalittica di S. Giovanni, Ambrogio Autperto aveva attribuito una serie di significati simbolici, alcuni dei quali profondamente innovativi, che gli procurarono non poche opposizioni anche da parte dei monaci della sua comunità. Per difendersi dai suoi obtrectatores fu costretto a chiedere un sostegno, che non gli fu negato, al Papa Stefano III.
Appare evidente che gli insegnamenti di Autperto ebbero immediato riflesso soprattutto in S. Vincenzo al Volturno ed influirono in maniera determinante sulla formazione spirituale degli abati che vennero dopo di lui, come Josue (792-817), la cui sorella sposò Ludovico il Pio, figlio di Carlomagno, e soprattutto Epifanio (824-842), al quale si deve il merito di aver commissionato grandi lavori pittorici ispirati all’Apocalisse.

 

Cosa rappresentano le pitture della cripta?
Le pitture sono di difficile interpretazione per la grande quantità di significati che vi si nascondono.
Il tema fondamentale delle pitture della cripta è la Resurrezione dei corpi mediante il sacrificio di Cristo, rivelata nell’Apocalisse di S. Giovanni. Il tema è introdotto dalla raffigurazione di S. Anastasia che richiama l’Anastasis (in greco Resurrezione) e viene esplicitato con la teoria delle Sante Martiri e con i Santi Lorenzo e Stefano, durante il martirio da una parte e nella gloria di Dio dall’altra.
Il momento che anticipa l’apertura del settimo sigillo apocalittico è sintetizzato negli Arcangeli che trattengono i venti, per ordine dell’Angelo che possiede il Sigillo del Dio Vivente, sovrastati dalla Madonna Imperatrice, Madre di Dio.
Sulla parete opposta l’Annunciazione e la Natività, con le levatrici Salome e Zelomi, richiamano il mistero della Verginità della Madre di Dio, prima e dopo il parto, e confermano il ruolo di Maria, rappresentata nei panni di una Regina in un clipeo stellato.
Il momento drammatico della Crocifissione, su cui piange Gerusalemme con il capo cinto da una corona turrita, vede presente insieme alla Madonna e S. Giovanni, anche l’abate Epifanio.
Il sepolcro scoperchiato dall’Angelo e l’immagine del Cristo risorto insieme a Lorenzo e Stefano, riconducono fisicamente all’unica fonte di luce della cripta, dove la luminosità naturale si confonde con la mano dell’Eterno che, squarciando le tenebre, è l’elemento ispiratore di tutta la Rivelazione.
Viene poi spiegato in termini architettonici e spaziali la doppia natura di Cristo: quella divina e quella umana. La posizione particolare del Cristo della Verità Rivelata, infatti, va giudicata in funzione di due direttrici che si incrociano. Da una parte quella divina, della Luce che si identifica con l’Eterno e coincide con l’asse longitudinale della cripta, e dall’altra quella umana, di Cristo che è figlio di Maria e coincide con l’asse trasversale dove compare la Madonna assisa al centro del cielo e la Madonna terrena che riceve l’annunzio dall’Angelo Gabriele
In questo straordinario contesto assume particolare significato la presenza di Epifanio che si fa ritrarre nell’unica scena dove sono contemporaneamente Cristo, la Madonna e, soprattutto, S. Giovanni.
Si tratta per Epifanio di una vera e propria trasposizione temporale al momento che precede immediatamente la morte di Cristo, quando questi pronuncia le ultime parole: Madre ecco tuo figlio, figlio ecco tua madre.
Epifanio si riconosce in S. Giovanni al quale evidentemente attribuisce le capacità di comprendere le Rivelazioni divine, fuori dei limiti temporali.
Ma se le immagini di Cristo, della Madonna e di S. Giovanni assicurano, secondo la concezione cristiana premillenaria, la loro presenza fisica nella cripta, altrettanto deve dirsi degli Arcangeli e delle altre figure rappresentate.
La Cripta è perciò un ambiente che significativamente si propone di annullare il tempo, unificando in un solo attimo (quello che precede il Giudizio Finale) i momenti fondamentali della storia della Cristianità, di cui fa parte anche l’esistenza terrena di Epifanio e della sua comunità monastica, che vuole essere fisicamente presente nell’attimo che anticipa il Giudizio Finale e la Resurrezione dei Giusti.
La Cripta è il luogo dell’attesa dell’Anastasi. E’ il luogo dove Epifanio ha voluto anticipare la visione apocalittica dell’attimo che precede la ricongiunzione del corpo all’anima.
Per cogliere il senso apocalittico della Cripta, si deve far riferimento fisico proprio al luogo esatto della sepoltura che è posta al suo interno, abbassando il punto di vista all’altezza del defunto. Solo da quel punto si scoprirà la potenza espressiva ed il senso globale delle pitture.
Le velature della morte risultano squarciate dalle visioni profetiche sulla immortalità dell’anima simboleggiate dalle due aquile poste in posizione assiale. Subito sopra si stende la sezione della terra sulla quale la vita comincia a germogliare con la figurazione dei papaveri. I quattro arcangeli costituiscono i pilastri del firmamento su cui campeggia con il suo potere imperiale la Madonna madre di Dio. Al disotto di essa, proprio di fronte alla sepoltura il clipeo imperiale evidenzia l’arrivo dell’Angelo-Cristo Vendicatore con il Sigillo del Dio Vivente, mentre a destra e sinistra si sviluppa la teoria dei Santi Martiri. Infine, proprio sulla testa del sepolto, diviene dominante la figura del Cristo che lo guarda dall’alto mentre tiene aperto il libro della Rivelazione.
In quel luogo il personaggio sepolto, probabilmente proprio Epifanio, aveva la possibilità di anticipare la visione finale del Giudizio, ponendosi in prima fila nell’attesa del ricongiungimento delle spoglie terrene alla sua anima.

 

LA DISTRUZIONE AD OPERA DEI SARACENI
Tutto il monastero, le sue otto chiese, le sue officine, un refettorio per 400 monaci ed i numerosi edifici, tutti realizzati con i materiali dell’antica Sannia, furono drammaticamente distrutti il 10 ottobre 881 dai Saraceni, che trucidarono oltre 500 monaci.
Per circa 150 anni i monaci supersiti ed i loro successori tentarono di riportare agli antichi splendori l’illustre cenobio, finché, agli inizi del secondo millennio decisero di trasferire il monastero dall’altra parte del Volturno, dopo che il Papa Nicola II personalmente aveva allontanato gli usurpatori di quel territorio, i conti Borrello.

 

Il monastero si sposta dall’altra parte del Volturno
Dall’XI secolo, perciò, l’antico sito fu abbandonato, mentre il nuovo monastero, dopo una fase di rinascita, andò sempre più decadendo per essere, alla fine, trasformato in una graziosa residenza rinascimentale dei conti Pandone, signori di Venafro e di altre terre del Volturno.
Dall’altra parte del fiume, sulle otto chiese e sull’originario monastero calò inesorabilmente il velo del tempo e delle antiche architetture e della presenza longobarda e carolingia si perse ogni traccia.
Nel 1832, casualmente un contadino ritrovò pressoché intatta la cripta di Epifanio ed i meravigliosi affreschi, ma non si attribuì particolare importanza all’area circostante, ormai sepolta sotto metri di terreno utilizzato, nella parte risparmiata dalla vegetazione arborea spontanea, per povere colture di olivo e di vite.

 

 

La basilica di S. Vincenzo Nuovo
Quando l’abate Gerardo (1076-1109), decise di abbandonare l’antico sito dell’abbazia per spostare il nuovo monastero, da quest’altra parte del Volturno esisteva una potente fortificazione quadrilatera, da poco costruita dai Borrello, che avevano usurpato buona parte delle terre di S. Vincenzo. All’interno delle mura di difesa (liberate dal papa Nicola II che intervenne chiamato dall’abate Giovanni V) Gerardo costruì la terza basilica di S. Vincenzo.
Gerardo, certamente condizionato dalle grandi trasformazioni che l’abate Desiderio aveva avviato nel monastero di Montecassino da cui proveniva, concepì un nuovo disegno urbanistico basato sulla formazione di una città monastica quadrilatera che fisicamente richiamava la descrizione apocalittica della Gerusalemme Celeste.
All’interno della fortificazione la nuova chiesa di S. Vincenzo era notevolmente più piccola dell’antico S. Vincenzo Maggiore edificato dall’altra parte del fiume. Aveva un fronte di dodici passi, comprese le ali laterali, contro i sedici della chiesa di Giosue. Ugualmente minore era l’altezza, e cioè dieci passi contro i dodici della precedente. Davanti alla facciata si articolò un grande chiostro, di cui rimane tutto l’impianto. L’idea progettuale puntava alla razionalizzazione degli spazi secondo una matrice geometrica piuttosto rigida, impostata su una ripartizione fortemente condizionata da assi ortogonali, ben diversa dalla aggregazione avvenuta per fasi successive nel primitivo monastero.
L’abate Benedetto (1109-1117) dovette risolvere problemi statici della nuova chiesa e provvide a rifare la maggior parte delle colonne, nonché la muratura imperfetta, avvalendosi anche dell’opera di un francese (francigenam) per le decorazioni pittoriche.
A Benedetto, e forse anche al suo successore Amico (1117-1139), si deve anche il magnifico pavimento a tessere marmoree che si conserva nelle ali e sul presbiterio nonché, molto rovinato, sotto l’attuale pavimento della chiesa.
Nel 1139 venne eletto abate Giovanni VI, che fu l’estensore, o uno degli estensori, del Chronicon, e che resse il monastero fino al 1144.
Si ha poi notizia di un ultimo abate, Elia (1153-1154), dopodiché per un lungo periodo non si hanno più con continuità riferimenti storici degli avvenimenti dell’antico cenobio.
Nel 1349 un disastroso terremoto distrusse la chiesa di S. Vincenzo al Volturno ed il monastero, facendo vittime tra i monaci. Un nuovo colpo fu inferto quando fu incendiato nel 1383 dalle truppe di Ludovico I d’Angiò.
Nel 1395, l’abbazia fu trasformata giuridicamente in Commenda, con un abate commendatario che in realtà non viveva in quel luogo pur ricavandone i benefici economici.
Nel 1699 S. Vincenzo fu definitivamente unito a Montecassino, ma le cose non migliorarono. Agli inizi del Settecento, Erasmo Gattola, archivista di Montecassino descriveva la fatiscenza degli edifici, con la basilica semidiruta, escluso il coro. Dopo tale visita si provvide alla ricostruzione parziale della chiesa arretrando la facciata e lasciando allo scoperto buona parte dell’antico pavimento.
Nel 1807 l’abbazia di Montecassino fu soppressa con le leggi di riforma del Regno di Napoli e conseguentemente anche i beni di S. Vincenzo, una volta incamerati dallo Stato, furono venduti a privati e finirono in proprietà del duca Enrico Catemario di Quadri che, nel 1942, stabilì di donarli a Montecassino mentre era abate Gregorio Diamare. Da allora l’Abbazia di Montecassino è di nuovo proprietaria di tutto il complesso.
Dopo le distruzioni belliche del 1944 cominciò la ricostruzione di S. Vincenzo al Volturno. Al monaco cassinese Angelo Pantoni, archeologo ed ingegnere, va riconosciuto il merito del tentativo di una restituzione stilistica dell’antica basilica, basata sull’analisi filologica degli elementi superstiti e sulla descrizione delle antiche fonti cronachistiche.

 

Nel 1980 si comincia a scavare
Nel 1980, un gruppo di archeologi inglesi, dell’Università di Sheffield prima e della British School poi, hanno iniziato una sistematica opera di ricognizione dell’area, facendo ritornare alla luce tutto l’impianto dell’antica sede monastica, oggetti lavorati in argento, avorio, bronzo. Si sono ritrovate le punte delle frecce incendiarie dei saraceni e gli avanzi delle vetrate multicolori fabbricate nel monastero. Epigrafi tombali riccamente decorate, pavimentazioni intatte, oggetti della cultura materiale sono tornate a rivivere dopo oltre un millennio di sepoltura.

 

In quattordici anni S. Vincenzo al Volturno è diventata una delle più importanti sedi archeologiche del secolo, una vera e propria capitale monastica dalla quale è possibile ricavare una quantità di conoscenze che mettono in una nuova prospettiva gli avvenimenti di cui si aveva il ricordo solo dal Chronicon Vulturnense.
Le scoperte più importanti sono avvenute grazie ad un progetto organico (architetti Franco Valente, Franco Dituri e Rocco Peluso) promosso dall’Abate di Montecassino Bernardo D’Onorio e sostenuto dalla Regione Molise che ha disposto un primo finanziamento utilizzando le provvidenze dei Programmi Operativi Plurifondo della CEE.
Un progetto di respiro europeo che ha permesso alla British School, sotto l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza ai Monumenti del Molise, di recuperare tutto l’impianto della grandiosa chiesa di Josue, con la cripta anulare affrescata ed il mausoleo delle sepolture importanti. Lavori che si sono estesi a tutta l’area, che è stata riaccorpata dal punto di vista fondiario, anche con la costruzione del museo di archeologia medioevale ed il restauro degli edifici monastici, dove si è di nuovo insediata una comunità di monache benedettine che ha ricominciato a pregare e lavorare con la coltura dei campi, la riorganizzazione dell scriptorium, la produzione artigianale, lo studio del canto gregoriano.
I lavori per un certo periodo (fino al 1996) si sono svolti nell’ambito di un disegno complessivo della Regione Molise, che intendeva raggiungere un obbiettivo culturale capace di incentivare lo sviluppo economico dei territori comunali immediatamente circostanti, conservando la sacralità del luogo, nella prospettiva del nuovo millennio, che era ormai alle soglie.

 

 

Purtroppo alla fine del Millennio una serie di complicazioni amministratie e l’intervento dell’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli (che ha sostituito gli originari scopritori dell’antico Monastero) ha determinato una situazione di conflitti che hanno portato alla distruzione di buona parte del lavoro pazientemente eseguito negli anni precedenti.
Per rendersi conto, sia pure sommariamente si veda su questo sito:
http://www.francovalente.it/?p=189
http://www.francovalente.it/?p=247
http://www.francovalente.it/?p=481
http://www.francovalente.it/?p=475

Attualmente, anche per l’imperizia degli organi della Soprintendenza Archeologica del Molise (cui va attribuita la maggiore responsabilità per lo stato di degrado), non è consentita una visita organica all’area archeologica.

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Commenti

3 risposte a “S. VINCENZO AL VOLTURNO – Guida rapida alla visita”

  1. Avatar Giovanni  MANOPPELLA
    Giovanni MANOPPELLA

    Non sapevo che ti eri dilettato a cantare la ninna nanna ai Re Magi:
    Ti saluto.
    Giovanni

  2. Come sempre un lavoro accurato… si porgono i più distinti saluti!

    Michele Visco.

  3. Avatar Landucci Tommaso
    Landucci Tommaso

    Complimenti per il magnifico lavoro e nella convinzione della generale condivisione, desidero trasmetterLe un forte GRAZIE
    Landucci Tommaso
    Via Flavia, 72
    00187 Roma
    Tel/Fax 06.4745211
    Cell 335.7170756

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