Non sono molti i pulpiti medioevali nel Molise. Quelli di S. Maria di Canneto, di Ferrazzano e di S. Giovanni in Galdo, quasi integri, sono sopravvissuti a vari spostamenti e alla insipienza degli uomini, altri sono stati smembrati e di essi si riconosce solo qualche brandello erratico (S. Maria della Strada, Scapoli, S. Vincenzo al Volturno).
Certamente di grande interesse è quello di S. Giovanni in Galdo che ora si trova a nella navata di sinistra della chiesa di S. Germano, dove è finito dopo fortunose peregrinazioni successive alla demolizione dell’antica Chiesa Madre di S. Giovanni Battista.
Dell’origine e dei suoi spostamenti non si sa nulla, oltre la notizia scolpita in bella evidenza sul fronte destro che esso fu RICOMPOSTO NELL’ANNO 1934 DODICESIMO DELL’ERA FASCISTA.
Perciò ci si deve affidare alla lettura degli elementi che lo compongono per cercare di capire qualcosa.
Peraltro di esso si sono occupati in maniera molto rapida sia Corrado Carano (Almanacco del Molise 1980) che Ada Trombetta (Arte nel Molise attraverso il Medioevo) limitandosi ad una semplice descrizione e concordando tra loro nel definirlo del XIV secolo.
Qualche dubbio rimane sul riconoscimento dei santi che sono rappresentati sui pannelli laterali del parapetto. Mentre certamente si tratta di S. Giovanni Battista sul lato sinistro, le perplessità rimangono per l’attribuzione a S. Agostino e a S. Germano delle altre due figure sul pannello di destra.
Di S. Giovanni Battista vi sono tutti gli elementi canonici della sua immagine. Prima di tutto l’Agnello crucifero nell’angolo in alto che egli indica con la mano destra. Poi il suo aspetto irsuto con una lunga barba e lunghi capelli che scivolano sulla spalla sinistra e la fiammella che spunta sul capo a ricordare che egli predicò nel deserto. Un lungo mantello di pelle di cammello gli copre il braccio sinistro e con la mano regge un lungo cartiglio sul quale in origine doveva essere scritto il motto scomparso: “Ecce Agnus Dei”.
A destra e sinistra due listelli verticali, il primo decorato da 5 rombi che tengono all’interno altrettante rosette con il centro traforato, il secondo da una racemo a foglie di acanto che esce dalla bocca di un leone in alto.
Invece non so quali elementi abbiano portato a ritenere che i santi rappresentati sull’altro pannello siano S. Agostino e S. Germano. Gli elementi per confermare l’attribuzione mi sembrano vaghi. Il santo con la mitra, il bastone pastorale ed il mantello vescovile con le placche traforate che lo avvolge e dal quale esce la mano destra benedicente alla greca, potrebbe appartenere ad un qualsiasi santo vescovo. Dubito che possa trattarsi di S. Agostino perché il santo di Ippona, essendo considerato un Padre ed un Dottore della Chiesa, viene sempre rappresentato con un libro chiuso o aperto nella mani. Di conseguenza potrebbe essere S. Germano vescovo, che tradizionalmente è venerato a S. Giovanni in Galdo.
Di conseguenza l’altra figura rimane di dubbia attribuzione. Credo si tratti di un santo apostolo anziano. Lo si capisce dalla foggia dell’abito e dai sandali. Ha i capelli irsuti e una lunga barba a pizzo. L’unico elemento che dovrebbe aiutare a riconoscerlo è un piccolo rotolo che tiene nella mano sinistra. Ma è troppo poco. Il rotolo in genere è nella mani di S. Bartolomeo, ma accompagnato dal coltello che ricorda la sua scorticazione. L’assenza del coltello potrebbe far propendere per S. Matteo, apostolo ed evangelista. Ma questi già è rappresentato, come vedremo più avanti, con il simbolo del giovane alato sotto il letturino del pannello frontale.
Le due figure sono separate da un listello verticale che in qualche modo contiene alcuni ideogrammi che, con una certa sicurezza, ci permettono di ricondurre la realizzazione del pulpito nel contesto politico angioino e, credo, più precisamente all’epoca del dominio di Roberto d’Angiò che ebbe parte determinante nella condivisione di scelte religiose della chiesa cattolica nell’area oggi molisana.
La presenza dei gigli francesi all’interno di cornici cuoriformi potrebbe essere, come capita di vedere in altri esempi del nostro territorio, un indizio da tenere in considerazione.
Gli stessi gigli che vengono posti nei becchi di due piccoli rapaci gemellati nel capitello di sinistra, sul fronte principale.
Questo capitello, a differenza di quello di destra che è decorato solo da grandi foglie lisce e grasse, ha quattro facce tutte diverse tra loro.
Sulla faccia laterale vi è la rappresentazione fantastica di un giovane nudo dalla lunga chioma che cavalca un grande uccello, forse uno struzzo, che trattiene con le redini.
Per Rabano Mauro (De Universo) lo struzzo rappresenta l’ipocrisia.
Probabilmente il capitello di S. Giovanni in Galdo rappresenta l’uomo che cerca di dominare l’ipocrisia.
Sul fronte opposto è un mostro alato la cui testa di cane dalle orecchie appuntite digrigna i denti. Le ali a ventaglio traforato sono da drago, come il corpo dalla lunga coda attorcigliata.
L’ultima faccia ha una decorazione che sembra essere un cuoio lavorato.
Particolari sono gli angoli principali del capitello con la testa di un cavaliere protetta da una calzamaglia che sembra un’armatura avvolgente da una parte e la testa di un giovane dalla barba a pizzo ed i capelli ondulati tirati all’indietro dall’altra.
Sicuramente semplice è l’interpretazione del pannello del letturino, dove si appoggiavano i libri da leggere.
A sinistra una singolare immagine di S. Luca che è rappresentato da un bue alato antropomorfo che regge un cartiglio aperto verso chi guarda. Sulla destra un giovane alato che mantiene allo stesso modo un cartiglio aperto è l’immagine di S. Matteo.
Gli altri due evangelisti Giovanni e Marco sono sintetizzati nelle immagini sovrapposta dell’aquila e del leone in asse con il sovrastante leggio.
L’arco centrale trilobato alla gotica è un ulteriore elemento che riconduce l’epoca al XIV secolo. La decorazione di sinistra è costituita da una testa asessuata dai ricchi capelli ricci ben pettinati e dal collo dal quale fuoriescono i tralci di una vite con un grande grappoli d’uva. A destra, invece, tra i tralci di vite quattro grappoli di uva appare una figura intera nuda che si tiene a cavalcioni del ramo.
Sui semiarchi laterali egualmente a racemi fitomorfici e gigliati sono le decorazioni che escono dalla bocca di una testina umana di profilo e finiscono nell’altra di una pistrice alata dalla coda attorcigliata. Le colonne circolari si appoggiano sulla schiena di due leoncini che, accovacciati, hanno una fluente chioma ben pettinata.















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