Franco Valente

Un viaggio di Cola di Monforte a Compostella e una misteriosa conchiglia sull’acquasantiera di S. Maria della Strada

Acquasant

Un viaggio di Cola di Monforte a Compostella e una misteriosa conchiglia sull’acquasantiera di S. Maria della Strada.

Accosto alla prima colonna di destra è posizionata una acquasantiera che non reca alcuna data, ma che ha segni inequivocabili che la collegano al dominio dei Monforte a Campobasso.

Lo stemma dei Monforte è ampiamente conosciuto per essere costituito da una croce accantonata da quattro rose abbottonate che, secondo Benedetto Croce, sono in campo rosso. Uno stemma del quale, per quanto ne so, si perdono le tracce alla fine del XV secolo, nel 1495, quando Campobasso passò sotto il dominio dei di Capua.

Quindi, con ragionevole sicurezza, possiamo affermare che questo stemma è solo di Cola di Monforte, di suo figlio Angelo e di suo nipote Cola e che fu elaborato araldicamente in concomitanza della ricostruzione di Campobasso dopo il disastroso terremoto del 1456 e, più precisamente, intorno al 1463 quando furono completate le porte della cinta muraria urbana e completato il castello.

Certamente il feudo di Campobasso dal 1465, dopo la fuga di Cola dal Regno, restò nella disponibilità del Demanio e solo dal 1488 risulta di nuovo assegnato ad un Monforte-Gambatesa, nella persona di Angelo Gambatesa-Monforte, figlio di Cola che, nonostante i trascorsi filo-angioini al seguito del padre, sarebbe stato riabilitato successivamente all’alleanza di Carlo il Temerario (al cui servizio Cola si era posto con i suoi figli) con la famiglia aragonese fin dal 1472.

L’acquasantiera si compone di una vasca circolare ornata nella parte inferiore da una serie di palmette accostate e limitate da una cornice di gradevole disegno.

Si appoggia su un balaustro sul quale appare uno scudo a testa di cavallo che reca l’emblema di Cola di Monforte che si appoggia a sua volta ad un racemo di vite dal quale pendono due grappoli di uva e qualche foglia.

Il balaustro è una colonnina che presenta un fusto con un rigonfiamento più o meno pronunziato che viene spesso usato per formare transenne traforate di separazione di due zone di un unico ambiente oppure per proteggere come parapetto luoghi sopraelevati come scale, balconi o loggiati.
Il termine deriva dalla forma di un fiore, la “balausta”, che presenta un caratteristico rigonfiamento a calice allungato come quello presentato dai balaustri. Il termine è un adattamento dal latino “balaustium” che a sua volta deriva dal greco  βαλαύστιον che è il fiore del melograno.

La base è abbastanza singolare perché è formata da quattro mezze lune allineate che vagamente richiamano la falda frontale di un cappello da pellegrino. Al centro della mezzaluna è posizionata una conchiglia a forte rilievo. Eguale ornamento, ma in posizione capovolta, sulle due lunette laterali. La quarta si intuisce come esistente nella parte non visibile perché incastrata nella base della colonna alla quale l’acquasantiera si appoggia.

La particolare forma della mezzelune che richiamano il copricapo del pellegrino e la presenza della conchiglia necessariamente fanno immaginare un qualche rapporto tra l’acquasantiera e S. Giacomo. Più precisamente S. Giacomo di Compostella una delle mete più famose di pellegrinaggi cristiani.

Però, la conchiglia e le mezzelune a forma di tesa di copricapo più che dare una risposta fanno pensare ad una suggestiva ipotesi di possibili rapporti tra Cola di Monforte e Santiago di Compostella.

Non esiste alcun documento che faccia capire quali siano stati i legami tra i Monforte e la basilica di S. Maria della Strada, ma ho motivo di ritenere che fossero sicuramente importanti e che il rapporto fosse cosi radicale da indurre, nel momento in cui la famiglia decise di modificare il blasone più antico degli antenati Gambatesa in quello sicuramente nuovo dei Monforte, a prendere come riferimento uno dei segni più caratteristici della ornamentazione esterna della basilica.
Credo, infatti, che si possa affermare con sufficiente attendibilità che le rosette dello stemma dei Monforte siano ispirate a quelle che appaiono nell’archivolto del portale principale.

I documenti di cui siamo a conoscenza e che prima di tutti Benedetto Croce mise in ordine per ricostruire le vicende di Cola, sembra che non diano alcuna speranza che il conte di Campobasso sia mai tornato nella sua città dopo la sua fuga dal castello di Termoli dove si era asserragliato con la sua famiglia mentre le cose si mettevano male per Giovanni d’Angiò, con il quale si era schierato contro Ferrante d’Aragona.

Sappiamo, però, che Cola di Monforte in qualche modo avesse continuato a mantenere i rapporti con la sua terra.

Sua zia Vandella (a cui il conte di Campobasso aveva venduto il feudo di Gambatesa in un momento di ristrettezze economiche) nel 1469, mentre Cola era tornato in Italia per incontrarsi con il papa, fece testamento a favore del nipote lasciando a lui le terre che le erano state vendute.

Nessun documento ci fa sapere se in quell’occasione Cola sia tornato nel Molise.

Neppure sappiamo se, quando fu inviato nel 1472 da Carlo il Temerario ad arruolare gente nel Regno di Napoli, abbia fatto una puntata nel Molise.

Senza entrare nel merito delle motivazioni dello scontro che si consumò tra Carlo il Temerario e il nostro Cola, per quel che ci riguarda, è interessante una notizia che viene riportata da Frédéric-Jean-Charles de Gingins La Sarra (Dépêches des ambassadeurs milanais sur les campagnes de Charles le Hardi, Vol. I, Parigi-Genova, 1858, p. 268) secondo il quale il conte aveva tradito il suo padrone, il duca di Borgogna, mantenendo un accordo segreto con il Duca del Lorena durante l’assedio di Nancy (1475).

Gingins in maniera estremamente sintetica riferisce che Cola in quel periodo abbia fatto un viaggio a Compostella.

Secondo Gingins il suo pellegrinaggio a San Giacomo era un modo di consumare il suo tradimento e trattare con il re di Francia, al quale proponeva di consegnare il duca Carlo, vivo o morto.

Benedetto Croce riporta la citazione del Gingins annotando che egli la divulghi “con la maggior sicurezza”, senza tuttavia citare la fonte dell’informazione che “son pèlerinage à St-Jacques n’était qu’un moyen de consommer sa trahison”.

La notizia è stata ripresa anche nella biografia tracciata da Francesco Storti (Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani 2002) dove, senza citare la fonte della notizia, si riporta che “se ne sdegnò pertanto il Monforte, la cui compagnia era stata appunto ridimensionata per dar vita alle ordinanze. Per tale ragione, e per il disaccordo sui nuovi progetti bellici che si preparavano, egli chiese licenza e partì per la Spagna, nell’urgenza, dichiarava, di «fornire uno suo votto» al santuario di Santiago de Compostela (16 genn. 1476)”.

Dunque, di questo misterioso viaggio resta comunque traccia nei documenti antichi ma nulla si sa, per esempio, se insieme a Cola si siano recati anche i suoi figli Angelo e GiovanCarlo o almeno uno dei due.

Dopo il viaggio Cola fu richiamato da Carlo il Temerario e si consumò lo scontro, forse non solo verbale, quando il conte di Campobasso fu pesantemente insultato per aver consigliato di non proseguire con le azioni belliche che si erano già intraprese per l’occupazione di Nancy.

A seguito di quel pubblico rimbrotto Cola non esitò a lasciare Carlo e a schierarsi, con le sue truppe arruolate nel regno di Napoli, insieme alla parte nemica condotta da Vaudémont e che era sostenuto da imponenti forze militari svizzere e tedesche.

Qualche giorno dopo il corpo di Carlo il Temerario fu trovato sul lago mutilato da colpi di alabarda e dilaniato dai lupi. L’uccisione fu fatta risalire a un soldato svizzero, ma l’ordine sarebbe stato impartito dallo stesso Cola.

Cola dopo la disfatta dell’esercito di Carlo se ne tornò con le sue truppe in Italia e pare che non si sia mosso dal Veneto e dal Friuli.

Invece il figlio Angelo sarebbe ritornato a Campobasso nel 1488 per riprendere il possesso della contea di Campobasso che, a seguito di una recuperata alleanza con Ferrante d’Aragona, era stata restituita alla sua famiglia.

Campobasso rimase nelle mani di Angelo di Monforte–Gambatesa fino al 1492 quando, per lo stesso tragico destino del nonno, morì di lebbra e in condizioni di miseria estrema. Gli successe il figlio Cola che alla morte di Ferrante e all’insediamento sul trono di Alfonso II decise di lasciare il regno per andarsene esule in Francia. Dal 1495 Campobasso passava nelle mani di Andrea di Capua.

Dunque l’epoca di realizzazione dell’acquasantiera di S. Maria della Strada si restringe a un periodo ben preciso che va dal 1459 al 1495.

La presenza della conchiglia di S. Giacomo, però, permette di restringere ulteriormente la data che, per quanto si è detto sopra, può essere ricondotta al periodo di dominio di Angelo di Monforte. Più precisamente ad un epoca molto prossima al 1488, facendo dedurre che al viaggio a Compostella attribuito al padre Cola abbia partecipato pure lui e ne abbia voluto mantenere il ricordo con l’applicazione del segno più significativo per chi si rechi, allora come oggi, in Galizia a visitare la tomba di S. Giacomo.

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2 Commenti

  1. donatella Capo 24 novembre 2014 at 12:48

    Bello ed interessante come sempre il nostro Franco Valente. Santiago di Compostela, mio sogno mai realizzato, sul quale ho letto tante cose, proprio per il desiderio di andarlo a visitare, anche forse facendo glu ultimi 2 chilometri a piedi, che vale quale pellegrinaggio religioso! Chissà!!! Ma mi ha anche costretto ad andarmi a fare una cultura sulla balausta, nome vhe non conoscevo affato. Inutile dire che ho visitato siti che parlavano della chiesa di Santa Maria della Strada!!!! Con te tutto si impara, manco a dirlo. Ancora un grazie e sempre un affetuoso saluto. Donatella Capo

  2. Bruna 2 luglio 2017 at 09:01

    sempre interessanti, originali ed educativi questi articoli. Grazie

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