Una considerazione sul restauro dell’altare di S. Nicandro a Venafro

Una considerazione di Angela Angelillo sul restauro dell’altare di S. Nicandro a Venafro

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Il 23 dicembre 2007 sono state tolte le impalcature che nascondevano il grande altare ligneo della Basilica di S. Nicandro, dopo un attento lavoro di restauro. (si veda http://www.francovalente.it/?p=439)

L’intervento ha riguardato esclusivamente la macchina lignea mentre rimangono problemi urgenti per il restauro dei dipinti cinquecenteschi, alcuni dei quali hanno subito pesanti manomissioni nei tempi passati per operazioni di pulitura poco corretti. La cerimonia di restituzione fu presieduta da S. E. Salvatore Visco, vescovo di Venafro, su iniziativa di padre Gianrico Tanno, Guardiano e rettore di S. Nicandro.

Ho recentemente scoperto che tra i restauratori vi è stata anche una giovane studentessa Angela Angelillo, che vi ha partecipato, come si suol dire, per la gloria e che ha scritto qualche tempo fa alcune considerazioni che mi fa piacere riportare.

Tra l’altro Angela Angelillo è autrice di un’agevole guida ragionata dei monumenti più importanti di Roma tardo-antica e medioevale che, si spera, possa vedere presto la luce.
F.V.

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Angela Angelillo
“ Restituire allo stato primitivo opere d’arte, rifacendole, riparandole o rinnovandole”: questo il significato comune dell’operazione di restauro.

Aggiungerei che il restauro è anche un atto d’amore nei confronti di un oggetto che, per vari motivi, reputiamo degno di considerazione e, dunque, meritevole delle nostre più amorevoli cure. Il restauro è un intervento che nella storia ha acquisito vari significati e che ancora oggi fatica a trovare una sua definizione assoluta, immune cioè dalle tendenze culturali e dal gusto dei vari periodi storici. Ad esempio, a volte restaurare ha significato “distruggere”, “staccare”, “rifare da capo”.

Oggi si ritiene ( per validi motivi e a ragion veduta) che il restauro necessiti di specifiche conoscenze che investono vari campi come la biologia, la storia dell’arte, la chimica, l’architettura, la storia. A volte accade che nell’immaginario collettivo si formi un’idea di restauro alquanto grottesca, tesa non tanto al recupero quanto al rifacimento sterile, formale e, a volte, incompetente. Ma quando l’idea corretta di restauro viene applicata laddove sorge la necessità e con i giusti metodi e criteri, accade che un’opera d’arte, mortificata da grossolani interventi, inscurita e consumata dal tempo e dagli agenti atmosferici, torni al suo rinnovato, pieno splendore.
Venafro, cittadina di 12.000 abitanti situata nella piana Santa Croce, a pochi chilometri da Isernia, ha avuto la fortuna di vivere questo momento di ritrovata ricchezza storico-artistica, culminato con l’inaugurazione, il 24 dicembre dello scorso anno, del restaurato altare ligneo della basilica di San Nicandro.

Venafro è una città dalle interessanti origini: la sua fondazione si fa attribuire a Diomede; prima civiltà osco-sannita, poi prosperosa colonia romana, soprattutto in età Augustea e nel periodo dell’alto Impero, infine testimone di passaggi illustri ( Pompeo Magno vi fece sosta, tornando da Teano). Venafro viene descritta anche come fiorente luogo di villeggiatura da Orazio, mentre ospita vari feudatari nel periodo medievale. Di recente, subisce il bombardamento dei piloti anglo-americani dovuto ad un errato calcolo che la identificava con la vicina Montecassino, illustre abbazia tristemente nota per la sua totale distruzione durante la II guerra mondiale.
A circa un chilometro dal nucleo abitato è situata la basilica di San Nicandro, struttura edificata tra il X e l’XI secolo e modificata più volte nel corso della storia, non sempre ottenendo esiti positivi.

La posizione della chiesa ha ragioni storico-leggendarie: in questo luogo, infatti, secondo una diffusa tradizione popolare, sarebbe stato ritrovato il sarcofago contenente le reliquie del santo protettore della città: San Nicandro.
La forma della chiesa, così come la sua architettura, si ricollegano palesemente allo stile romanico con influenze abruzzesi: la chiesa presenta una semplice facciata in pietra con un portone centrale sovrastato da un rosone. Nel 1573 giunsero in questa chiesa i frati cappuccini e vi annessero il convento.

Il fedele che entra nella chiesa e percorre la navata si sentirà immerso in un incalzante susseguirsi di stucchi e pitture del secolo scorso, innestati sulle originarie murature romaniche.

Culmine di questo cammino è l’altare maggiore in legno, realizzato da Pietro Campana, ovvero frate Bernardino da Mentone, nel secolo XVIII.  In un gioioso tripudio di decorazioni geometriche ed astratte, l’altare propone tonalità nitide, ottenute attraverso gradazioni cromatiche che accostano diversi tipi di legno. Esse formano, partendo dall’alto, una sempre più intensa luminosità man mano che ci si avvicina al tabernacolo, contenitore sacro dell’eucaristia. Gli intarsi lasciano trasparire con chiarezza la cura minuziosa e certosina impiegata nella realizzazione di disegni e lumeggiature, nonché lo stile proprio dell’artista che, indubbiamente, risente delle influenze d’oltralpe. L’opera di restauro in questo caso ha restituito all’altare ligneo la sua originaria luminosità attraverso un recupero cosciente di forme, disegni e colori. Riecheggiano tra le campate le ritrovate dorature di capitelli e cornici, ottenute attraverso una indagine storico-chimica delle sostanze utilizzate e delle tendenze artistiche del tempo.

Le porte lignee che conducono alla cripta ripropongono magistralmente i toni intensi e gli incalzanti disegni tipici del  secolo, mentre sui loro cinquecenteschi supporti rinascono motivi naturalistici e floreali dove il nero ritrova la sua corposità e il rosso il suo acceso, caldo impatto cromatico. Le valorizzate lumeggiature, infine, contribuiscono a creare luci soffuse e candide atmosfere intrise di religiosità, di storia, di arte.

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Commenti

2 risposte a “Una considerazione sul restauro dell’altare di S. Nicandro a Venafro”

  1. Grazie Franco!

  2. […] Una considerazione sul restauro dell’altare di S. Nicandro a Venafro : Franco Valente […]

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