La processione di S. Nicandro a Venafro
Franco Valente
(da Il Quotidiano del Molise – 14 giugno 2000)
Non so se è meglio o è peggio, ma una volta la festa di S. Nicandro era diversa. Da un paio di decenni qualcosa è cambiato. Però nella sostanza, pur se il cambiamento si avverte, i giorni del 16, 17 e 18 giugno rinnovano la sensazione, per chiunque viva in Venafro, che qualcosa di importante stia accadendo.
Quando ero ancora studente di architettura decisi di indirizzare una parte dei miei studi all’analisi del Centro Antico di Venafro e scoprii che esisteva un legame indissolubile tra la sostanza urbanistica e la forma liturgica delle cerimonie che si muovevano attorno all’immagine di S. Nicandro. Quelle premesse mi portarono anche a concludere il ciclo di esami con un laurea sul restauro del nucleo antico di Venafro che mi facevano vedere nella figura del Santo protettore l’elemento di aggregazione e di riferimento per assicurare un rapporto positivo con le radici storiche.
Allora (sto parlando del periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta) il nucleo antico era molto abitato e Venafro ancora non soffriva della dilatazione a zampa di papera verso la pianura, sicché l’immagine di S. Nicandro si avvertita come un simbolo (nel senso bizantino del termine) che garantiva per tutti anche una sua presenza fisica. Non avevo molti elementi su cui basare le mie ricerche, ma i professori insistevano perché trovassi un metodo che permettesse di riconoscere la struttura urbana medioevale e gli elementi caratteristici delle città sulla base di elementi certi.
Le porte urbiche ormai non esistevano più e ogni piazza, qualunque fosse la sua dimensione planimetrica, era ridotta al ruolo di parcheggio. Mi venne l’idea di analizzare le processioni di S. Nicandro (perché una volta se ne facevano tre, una per ogni giorno di festa) e scoprii che i loro itinerari e le soste che si effettuavano per cantare l’Inno avevano un rapporto diretto con la struttura urbana e che la figura del Santo non girava a caso per le vie antiche.
Tre giorni, tre processioni. Le prime due (quella dei “signori” e quella del “clero”) per motivi pratici hanno perso le matrici ideologiche derivate dal potere civile e da quello religioso ed oggi sono state unificate nella processione del 16 giugno che serve a portare la statua del Santo e la sua Testa dalla Chiesa dell’Annunziata, dove sono conservate per tutto l’anno, alla chiesa di san Nicandro che, una volta dei monaci Basiliani, dal XVI secolo è affidata alla custodia dei Cappuccini.
La processione dei “signori” era strana perché era riservata ai benestanti del paese ed era preceduta da un invito personale che partiva dal presidente del Circolo dei “signori”, l’attuale Circolo Leopoldo Pilla.
Quella del clero era invece affollata dagli addetti al culto ed aveva un aspetto solenne per la ricchezza dell’apparato liturgico dei numerosi chierici che amministravano le dodici parrocchie venafrane, progressivamente ridotte a tre.
Ma la processione per eccellenza è la terza, quella del 18 giugno, quella del “popolo”. E’ una processione civile e religiosa nello stesso tempo, che assume il significato della riconquista delle reliquie e del ritorno del Santo all’interno della cinta urbana. Quella sera chi è venafrano evita di stare fuori della città e se l’assenza si giustifica per l’emigrato impossibilitato a tornare, non si ammette per chi in quei giorni va fuori per vacanza o per affari.
La basilica di S. Nicandro sta verso oriente, ad un miglio fuori della città. La Cattedrale sta ad occidente, anch’essa fuori della città antica. Quel giorno i due luoghi si ricollegano per ricordare un fatto che non necessariamente deve essere realmente accaduto. Nella tradizione popolare, derivata da una falsificazione del cronista cassinese Pietro Diacono e che per molti è diventata ormai certezza scientifica, all’epoca delle persecuzioni di Diocleziano, all’inizio del IV secolo, Nicandro e Marciano, capitani dell’esercito romano, avendo abbracciata la fede cristiana, presso la Cattedrale furono catturati. Lì vicino, in un luogo che ancora oggi i Venafrani chiamano le carceri di S. Nicandro, furono tenuti prigionieri. Presso la basilica che poi fu loro dedicata, per ordine di Massimo, prefetto della Campania, furono decapitati e seppelliti.
La processione ha un cerimoniale semplice, ma incomprensibile anche per i più disponibili alle stranezze delle manifestazioni popolari. Prima della partenza, davanti alla folla assiepata sul sagrato della chiesa, viene effettuata l’”ammessa”, cioè l’asta per conquistare il diritto a portare le cose più importanti. Si paga per portare lo stendardo che apre la processione, si paga per la Croce astile, per i turiboli, per la teca con le reliquie dette di S. Marciano, per la Testa di S. Nicandro. Soprattutto si paga per portare la statua di S. Nicandro, il pezzo più importante.
Più di una volta l’asta ha fatto superare la cifra dei 15 milioni di lire. Fino a qualche anno fa chi si aggiudicava l’asta sottoscriveva l’impegno a pagare entro un mese, perché materialmente i soldi si portavano il giorno di S. Anna.
Ho sempre sostenuto che si trattava di una forma di ricatto nei confronti del Santo. Nel periodo della festa cominciava, infatti, il raccolto del grano e solo a S. Anna (se tutto andava bene) si contavano i risultati di un anno di lavoro. Petrciò S. Nicandro per garantirsi il rispetto dell’impegno doveva in qualche modo contribuire al risultato positivo del raccolto.
Per concorrere all’aggiudicazione si formano varie squadre all’interno delle quali si attribuiscono anche diritti particolari che vengono concordati più o meno pacificamente, come quello di “cacciare”, cioè portare fisicamente fuori della Basilica, il busto d’argento, oppure di “entrarlo”, cioè portarlo dentro la Cattedrale o l’Annunziata.
La processione appare infinita, con le innumerevoli soste che si fanno per cantare l’inno trascinante di Domenico Criscuolo che lo compose nel 1881. Ad ogni sosta, e perciò ad ogni ripetizione dell’inno, corrisponde qualcosa che storicamente o urbanisticamente abbia un significato. Le soste a Muscuriglio e alle Case Popolari sono abbastanza recenti e testimoniano la progressiva espansione dei limiti della città. Al Mercato ci si ferma perché una volta vi era la Porta Maggiore di Venafro e la casa del Capitano (dove è oggi il Municipio).
Il percorso che viene dopo si collega direttamente alla funzione protettrice che ha il Santo, perché nella sua qualità di patrono, ha materialmente le chiavi della città che il giorno prima, ufficialmente, gli sono state consegnate dal Sindaco durante un solenne pontificale. Perciò dalla porta del Mercato passa alla Porta di S. Sebastiano per andare alla Cattedrale, entrando ed uscendo dalla cinta urbana. Alla Cattedrale ci si ferma per ricordare il momento della cattura, come rimane rappresentato in un brandello di affresco sulla parte alta del presbiterio, sopravvissuto quasi miracolosamente ai restauri ministeriali.
Dalla Cattedrale si va alla Porta del Giudice Guglielmo per una nuova sosta, dopo essere entrati nella chiesa di S. Francesco sede della parrocchia di S. Giovanni de Graecis. Poi si entra alla chiesa di Cristo, sede della parrocchia di S. Maria di Loreto, prima di passare alla Porta longobarda della Madonna delle Manganelle, salendo per quella salita che è talmente ripida da prendere, in quell’occasione, il nome di “arregnamusso”.
Una catena umana trascina le statue sino alla chiesa di S. Paolo, la più antica delle parrocchie di Venafro, dove si canta per la penultima volta l’inno. Da S. Paolo si finiva nella splendida chiesa dell’Annunziata in una cornice di luci e decorazioni straordinarie. Dal terremoto del 1984 la conclusione avviene sulla piazza del Castello. A me non piace molto, ma la gente che attende le statue per poter cantare l’inno (o per sentirlo cantare) è sempre più numerosa e forse, in fin dei conti, così va pure bene. Certo è che, finita la processione, chi è presente si augura di ritornare anche l’anno successivo con un “meglio a tiempo” che ci si scambia reciprocamente.
Lascia un commento