Campobasso e il castello Monforte

Campobasso e il castello Monforte

Franco Valente

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Campobasso e il castello Monforte

Franco Valente

Sul Castello di Campobasso non esiste ancora una specifica trattazione. Quella che segue è estratta dal volume in corso di preparazione:  F. VALENTE, Castelli, rocche e cinte fortificate nel Molise.
(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons.)

Prima parte

Qualsiasi tentativo di trovare notizie sul primo nucleo abitato di Campobasso si arresta al documento ormai noto del Codice Vaticano Latino 4939, altrimenti conosciuto come Chronicon Sancte Sophie. Trascritto la prima volta dal Pellegrino e poi dal Muratori, dal Pratilli, dall’Ughelli, dal Grevio, dal Borgia e dal Bertolini, fu pubblicato anche dal Gasdia (V. E. GASDIA, Storia di Campobasso, Verona 1960, pp. 210-224) nella sua Storia di Campobasso. Recentemente è stato ripubblicato in edizione critica da Jean Marie Martin (Chronicon Sanctae Sophiae (cod. Vat. Lat. 4939), edizione e commento a cura di J.-M. Martin con uno studio sull’apparato decorativo di G. Orofino. Roma 2000).

Si tratta di una concessione sottoscritta a Trivento nel maggio dell’878 dal duca Adelchi, principe di Benevento, a favore dell’abate di S. Sofia affinché i servi del territorio di Campobasso non venissero gravati di ulteriori tassazioni essendo essi soggetti esclusivamente alla badia beneventana:
XXXVI Adelchis depensione servorum infinibus campo bassi.
In nomine Domini Dei Salvatoris nostri Jesu Christi.
Concedimus nos, vir gloriosissimus Adelchis, Dei providentia Princeps gentis Langobardorum, per rogum Malonis, filii nostri in Monasterio Sancte Sophie, omnes illas dationes, vel pensiones quascumque servis predicti Monasterii Sancte Sophie ex finibus campi bassi, et ex finibus Biffernensibus  ad Gastaldos, vel Judices ex ipsis Castellis seu locis persolvere debuerunt per malam consuetudinem, ita ut nullus Gastaldus, vel Judex aliquam dationem ab eis tollant vel angariam faciant, aut quamcumque laborationem pro utilitate sua faciant, aut quamcumque laborationem pro mutilitate sua faciant, aut in hostem pergant.
In ea videlicet ratione ut amodo et deinceps per hoc nostrum roboreum preceptum, omnia que superius leguntur, predictum Monasterium aliique Rectores habere et possidere valeant, et a nullo ex nostris Judicibus, idest Comitibus, Gastaldis, vel a quibuscumque gentibus habeant aliquam requisitionem, sed perpetuis temporibus possideant.
Quod vero preceptum concessionis ex jussione nominate potestatis scripsi ego Erchemfrid Notarius.
Actum Trebenti vicesimo quinto anno, mense Maio. Indictione XI
.

Per quel che ci interessa, la concessione contiene due elementi fondamentali per il nostro fine. Il primo riguarda l’esistenza di una comunità che viveva in un territorio ben definito di Campo Basso (in finibus campi bassi). Il secondo che quel luogo, insieme all’altro individuato in finibus Biffernensibus, fosse dotato di strutture castellane (ex ipsis Castellis).
A noi sembra del tutto artificioso il tentativo di trovare nell’attribuzione di campo basso significati legati alla condizione vassallatica degli abitanti o alla condizione urbanistica del nucleo abitato rispetto a qualcosa che doveva stare in alto.

Sono propenso a ritenere che molto semplicemente per campo basso si debba intendere tutto il territorio che si sviluppava attorno alla collina che oggi viene attribuita ai Monforte e che proprio su quella collina fosse stato impiantato il primo nucleo abitato.
Il tutto per considerazioni elementari. La prima legata a motivi pratici di solidità del suolo rispetto ai campi destinati alle colture. La seconda, non meno importante, legata a questioni igieniche in rapporto all’essenzialità dei sistemi di smaltimento dei liquami in un ambito abitativo che al massimo era dotato da costruzioni che erano poco più che capanne prive di ogni comodità. La terza legata non solo alla necessità di ottenere con poco sacrificio costruttivo un luogo facilmente difendibile da eventuali attacchi esterni, ma anche in grado di garantire un minimo di sicurezza nell’ambito di una normale, sia pure essenziale, organizzazione sociale.

Anche di fronte all’assoluta carenza di fonti epigrafiche o di elementi architettonici evidenti riferibili all’epoca longobarda, la particolare conformazione urbanistica della parte antica di Campobasso ad andamento semiavvolgente è comunque sufficiente per farci ragionevolmente ritenere che il nucleo longobardo coincida con la parte centrale i questo semicerchio planimetrico e che l’area del primitivo insediamento fosse più o meno di qualche migliaio di metri quadrati di superficie che si sviluppavano per intero nell’area attualmente completamente libera attorno al castello dei Monforte.

La necessità, nella seconda metà del XV secolo, di adattamenti della parte apicale della collina alle nuove esigenze belliche derivate dall’introduzione della polvere da sparo, con molta probabilità, suggerì agli artefici della ristrutturazione di cancellare completamente proprio la parte che costituiva l’origine dell’insediamento attorno al quale si era sviluppato l’ampliamento urbano sicuramente angioino.

Le scarse notizie di epoca normanna e la non menzione del feudo di Campobasso nel catalogo dei baroni in qualche modo dovrebbe essere elemento sufficiente per ritenere che in quell’epoca il territorio non avesse alcuna consistenza. Ma non è proprio così.
Certamente Campobasso non aveva ancora il ruolo amministrativo che avrebbe avuto nei tempi seguenti e sicuramente nell’ambito della successiva revisione strategica federiciana Campobasso sarà considerata subordinata a Boiano, ma questi non sono motivi sufficienti per ritenere che nei secoli XI e XII la comunità non avesse un sistema urbano consistente.

Ne sono testimonianza indiretta le sopravvissute chiese di Campobasso che hanno elementi architettonici riferibili con una certa sicurezza all’epoca normanna, ma, soprattutto, lo confermano testimonianze epigrafiche indirette.
In particolare un documento attesta il ruolo di Campobasso nell’ambito della riorganizzazione del regno di Federico II:

Rao est Iohannes Iudices campobassi, infatti, sono ricordati nel memoratorium, di un inchiesta amministrativa, redatto in Campobasso nel maggio 1226.
(E. JAMISON, Molise e Marsia, App., doc. 10).
1226   Maggio, ind. 14.    Campobasso
… incarnacione eiusdem Millesimo CCXXVI. Regna[nte…] Rege mense magii, quarte decime Indictionis. Quoniam iura hominum labilia essent ad [futuri] temporis memoriam hec in scriptis redacta sunt. Ideoque Nos Rao et Iohannes Iudices campobassi scribere curavimus qualiter. dominus Guilielmus de benafro aput campobassum accessit, astantibus in eiusdem presentia Domino Hugone de molisio, domino teodino de rocca, domino teoclesio sancti Iohannis in gulfo nec non et aliis militibus bonisque hominibus et predictus Guilielmus coram his jamdictis litteras ostendit, quas a domino Roggerio de galliccio Imperiali Iustitiario receperat, continentia quarum falis erat quod ipse servitia comitatus diligenter et subtiliter inquireret, tam Castellorum quam etiam Baronum et militum pro servitiis personarurn et aduamentorum. Interea dum talia in litteris legebantur dominus Guilielmus de periculo et Iudex Guilielmus… cum aliis hominibus tori et sancti Iohannis in gualdo se presentarent, quibus Dominus Guilielmus de benafro secundum mandatum domini iusticiarii adoamenta prestarent, et de servitiis sicut feudo ipsorum castellorum exigerent se prepararent. His auditis, iam omnia etiam Dominus Guilielmus de periculo et iudex Guilielmus pro parte et vice hominum castellorum inficiati fuerunt, quia nec servitia nec aduamenta prestare obb[ligabantur et di]cta castella inter servitia comitatus non comminiscebantur. Et Ecclesiam etiam sancte Sophie allegabant tenuisse ea libere et absolute sub tempore serenissimi Domini Regis Guilielmi primi, et felicis memorie secundi absque servitio personarum et rerum pecuniarum. Pretaxatus itaque Dominus Guilielmus de benafro volens mandatum domini Iustitiarii adimplere quaternia Domini Hugonis de molisio coram se presentari precepit, in quibus universo servitia comitatus sedebant. periectis namque his quaterniis graciliter. Dicta castella silicet tori, et sancti Iohannis in gualdo minime reperto fuerunt. Post hec vero prefatus dominus Guilielmus volens magis subtiliter inquirere coram se de antiquioribus et melioribus utriusque castelli venire precepit per quos posset ea que preleguntur agnoscere; presentatis itaque coram se et aliis baronibus hominibus predictis, nomino quorum et hec sunt, silicet Sacerdos basiligotta. Sacerdos paganus, Robertus de benedicto, Magister durantius, Iohannes pupalvam, Gualterius de cetero, Iohannes de raymundo, qui iurati et inquisiti secundum legem penitus ad vicem sese concordavere et testificati fuerunt quod viderent et audirent quando dominus serenis¬simus Rex Guilielmus misit exercitum suum in Maiorcam et Romaniam et duratium et salonicam et per totam patriam fuit imposita collecta pro regali servitio, excepto toro et sancto Iohanne in gualdo, viderent etiam quando comes Rogerius venit de panormo et posuit collectam per comitatum et castellis predictis nec posuit nec petivit, adiunxerunt etiam quod sub tempore domini nostri invictissimi cesaris nec servitium. personarum fuit sibi imperatum nec pecuniarum collecta petita, publicatis tamen dictis testium sicut dictum est concordantibus corarn domino Guilielmo et aliis baronibus precepit ut dicto castello, in pace et quiete persisterent veluti consueverant in tempore Regis Guilielmi Nos vero audientes ea que examinata coram his predictis fuerant, de mandato Domini Guilielmi de benafro Nos inscriptis redigere curavimus.
+ Ego Rao Judex campobassi.
+ Ego Iudex Iohannes me in hoc instrumento subscripst
+ Ego Hugo de molisio interfui
+ Ego Teodinus de rocca interfui
+ Ego Teoclesius dominus sancti Iohannis interfui
+ Ego Bartholomeus de sancto maximo interfui
+ Ego Tancredus miles de campobasso interfui

Davanti al giudice Guglielmo di Venafro, coadiuvato dai giudici Rao e Giovanni di Campobasso, alla presenza di Ugone di Molise e dei baroni Teodino di Rocca e Teoclesio di S. Giovanni in Golfo (feudo nei pressi di Campobasso) (G. M. GALANTI, Descrizione dello stato antico ed attuale del Contado di Molise, Napoli 1781, p.33) sette abitanti anziani e degni di fede di Toro e S. Giovanni in Galdo (Sacerdos Basiligotta. Sacerdos Paganus, Robertus de Benedicto, Magister Durantius, Iohannes Pupalvam, Gualterius de Cetero, Iohannes de Raymundo) giurarono che i baroni ed i militi dei loro castelli non erano stati mai assoggettati pro servitiis personarum et aduamentorum, neppure quando tutti furono obbligati alle collette generali per le missioni militari di Maiorca, Romania, Durazzo e Salonicco oppure quando Ruggiero venne personalmente da Palermo a raccogliere soldati per il suo esercito.

Per capire perché il documento sia importante per Campobasso si deve tenere presente quale è la causa del moratorium e dell’inchiesta nei confronti degli uomini e dei feudatari di S. Giovanni in Galdo e di Toro. Costoro affermavano che, non essendo tenuti a fornire militi e servienti all’esercito regio, non erano neppure tenuti a pagare l’adoa in sostituzione di tale mancata prestazione.
L’adoa era il corrispettivo in denaro al quale il feudatario, in caso di guerra, si obbligava in sostituzione della prestazione militare personale per sostenere un milite, con un cavallo e tre fanti per ogni 20 once di rendita, in aggiunta alle normali prestazioni dovute in base alla capacità economica del feudo che possedeva.

Si trattava evidentemente di una questione piuttosto delicata che fu affrontata dall’amministrazione federiciana inviando Guglielmo da Venafro a fare i necessari accertamenti e rimettendo a Rao e Giovanni, giudici di Campobasso, l’onere del giudizio.
Ora, a parte la questione in sé, a noi interessa sapere che il problema giuridico fu affrontato in Campobasso perché esisteva una corte in grado di esprimere un giudizio che avrebbe comportato conseguenze sull’amministrazione imperiale trattandosi di decisioni relative alla formazione e al sostegno dell’esercito.

Ed una corte giudicante per essere in grado di operare, necessariamente doveva collocarsi nell’ambito di una struttura urbana. Non siamo in grado di sapere se tale struttura fosse ancora dotata di un idoneo sistema di difesa collegato ad un castello efficiente dopo le decisioni imperiali di concentrare gli sforzi per la manutenzione e la riparazione sui castelli imperiali.

Il documento, però, riferisce che insieme ai giudici siano presenti anche aliis militibus bonisque hominibus. Ciò lascerebbe intendere che una organizzazione armata comunque esistesse qualunque fosse la sua consistenza, anche se priva di strutture particolarmente efficienti.

Certamente, però, la comunità di Campobasso era tra quelle che dovevano accollarsi l’onere della manutenzione e della riparazione del castello di Boiano: Item castrum Boyani reparari debet per homines ipsius terre, Montis Viridis, Castelli Vecclis, baronie Castri Pignani, Campi bassi, Ysernie, Rocce Madelunie, Cantalupi et baronie domini Thomasii de Molisio.

In generale la datazione di un castello è sempre complessa, anche perché, probabilmente, non si può concludere con l’attribuzione generica di un unico momento che riassuma tutta la sua storia.
Si tratta di edifici che, proprio per essere continuamente adattati alle esigenze politiche oltre che militari, presentano oggi forme fisiche che non corrispondono complessivamente a nessun periodo particolare. A questo si aggiungano i pesanti rimaneggiamenti che, eseguiti in tempi recenti quando i castelli hanno perso tutte le caratteristiche legate alla loro specifica funzione, costituiscono vere e proprie definitive cancellazioni finalizzate ad adattare quegli edifici a funzioni il più delle volte assolutamente incompatibili con la loro storia.


Il castello Monforte in una immagine di A. Trombetta prima del restauro

Il castello di Campobasso è un esempio di tali sconvolgimenti, anche perché le trasformazioni sono state affidate a esecutori che con troppa superficialità (quand’anche si volesse giustificare una ipotesi di ricostruzione in stile che ci potrebbe trovare anche favorevoli) hanno trasformato l’oggetto architettonico in un manufatto che ha perso completamente l’anima e la patina della storia.

In questi casi il compito di chi cerca di leggere dagli elementi sopravvissuti una sequenza logica diventa arduo anche perché, troppo spesso, chi si è occupato dei restauri, vuoi per cattiva conoscenza delle problematiche conservative, vuoi per la necessità di portare a termine in tempi brevi i lavori, non sempre ha riservato alla ricerca storica e alla documentazione grafica quella necessaria attenzione che avrebbe permesso perlomeno una ricostruzione virtuale delle vicende architettoniche.

Del Castello di Campobasso fortunatamente esiste una discreta documentazione grafica e fotografica che parte dalla fine del XIX secolo quando il complesso era ridotto allo stato di rudere e non ancora si metteva mano al suo restauro.

Tali immagini non solo ci permettono con una certa facilità di capire quali parti, soprattutto nelle zone apicali esterne, sono frutto di invenzioni da parte di chi ne ha ripristinato l’uso, ma soprattutto ci aiutano a considerare come punto fermo di riferimento il momento del suo definitivo abbandono quando il castello costituiva un involucro architettonico ben preciso. A tale involucro possiamo dare una datazione precisa sulla scorta di quanto scrisse Benedetto Croce, il più autorevole degli studiosi delle vicende della famiglia Monforte. Ma, come cercheremo di dimostrare, tale precisione più che segnare l’anno della conclusione  di una trasformazione architettonica, rappresenta l’inizio di un sogno.

Benedetto Croce dal 1932 e per una quindicina di anni raccolse e pubblicò a più riprese quelle notizie su Cola di Monforte che sono state definitivamente riunite in un unico volume solo nel 2001 (B. CROCE, Cola di Monforte, conte di Campobasso, Campobasso 2001).

Alle vicende architettoniche del Castello Croce dedica solo due pagine con le quali pone, in maniera magistrale, definitiva conclusione a tutte le ipotesi di datazione affermando che la forma architettonica che appariva ai suoi tempi (e perciò prima dei recenti restauri) altro non è che l’ultima grande trasformazione operata da Cola di Monforte nel 1459.

Noi partiremo da questa affermazione solo per cercare di capire a cosa si riferisse quella data.
Abbiamo sufficienti documenti per sapere molto di questo personaggio, dei suoi antenati, dei suoi eredi e delle sue vicende personali.

Ultimamente (2007) Gabriella Di Rocco in una conversazione per la sezione molisana dell’Istituto Italiano dei Castelli ha riordinato la complessa vicenda di questa famiglia che parte importante ebbe nell’Italia meridionale sollecitando un interesse rinnovato per un periodo storico troppo spesso dimenticato.
La famiglia Monforte vantava origini francesi nei Montfort di Francia o di Bretagna che avevano come stemma un leone di azzurro in campo d’argento sostenente uno scudetto di oro caricato di cinque code d’ermellino.

I segni araldici riconducibili ai Monforte e presenti in Campobasso sono del tutto diversi perché l’insegna del 1459 è costituita da una croce accantonata da quattro rose abbottonate e così viene ripetuta in altri luoghi di cui si parlerà più avanti, come quello sulla base dell’acquasantiera di S. Maria della Strada a Matrice. Benedetto Croce attribuisce, senza citare la fonte, il colore rosso alla croce dei Monforte in campo di oro con le rose accantonate di argento.

La collocazione di quest’ultimo stemma in S. Maria della Strada, peraltro, induce a qualche riflessione sulla utilizzazione delle cosiddette rosette.

Non esiste alcun documento che faccia capire quali siano stati i rapporti precisi tra i Monforte e la basilica di S. Maria di Matrice che appartenne loro e nella quale fecero porre un’acquasantiera con il loro blasone, ma ho motivo di ritenere che fossero sicuramente importanti e che il legame fosse cosi radicale da indurre, nel momento in cui la famiglia decise di modificare quello più antico dei Gambatesa in quello sicuramente nuovo dei Monforte, a prendere come riferimento uno dei segni più caratteristici della ornamentazione esterna di quella chiesa. Credo, infatti, che si possa affermare con sufficiente sicurezza che le rosette dello stemma dei Monforte siano ispirate a quelle che appaiono nell’archivolto del portale principale.


Le rosette di S. Maria della Strada e quelle dello stemma dei Monforte

Per fissare un punto fermo di partenza per le vicende dei Monforte possiamo far riferimento a Riccardo di Gambatesa che è l’antenato di cui si hanno più notizie.

Riccardo di Gambatesa ebbe notevole fama ai primi del XIV secolo per essere stato un abile diplomatico, oltre che ottimo stratega militare, avendo prestato la sua opera al servizio di Roberto d’Angiò quando questi si recò nel 1318 a Genova in soccorso della parte guelfa che aveva avuto il sopravvento su quella ghibellina (G.B. MASCIOTTA, Il Molise dalle Origini ai nostri giorni, Vol. II).  Quando il d’Angiò lasciò Genova dopo l’inutile attacco dei Visconti di Milano, Riccardo rimase a Genova come vicario del re e la parte guelfa di nuovo tentò di approfittarne per riprendere la città. In quell’occasione il Gambatesa si dimostrò particolarmente abile nel condurre le azioni militari di difesa finché la città fu liberata dall’assedio. Vi riprovò subito dopo Castruccio Castracani, da Lucca, ma anche questi non riuscì ad espugnare la città. Riccardo, poi, contrastò un terzo, durissimo attacco dei Visconti. Questa volta il Gambatesa non solo liberò dall’assedio la città, ma attaccò l’esercito nemico fino a disperderlo completamente liberando l’intero territorio. Queste azioni meritarono a Riccardo prestigiosi privilegi a corte e l’assegnazione di numerosi feudi nella Capitanata.

Nel 1323 lo vediamo insieme al conte di Ariano, ambedue designati dal re, interessarsi del matrimonio del Duca di Calabria, erede al trono, e Maria di Valois. Le ultime notizie riguardano la sua partecipazione ad una spedizione in Sicilia contro re Federico e ad una successiva a Firenze. Grazie a questa intensa attività militare si guadagnò la fama di essere tra i più validi uomini d’arme del secolo (A. DI COSTANZO, Historia del Regno di Napoli, Napoli 1735).

Dalle notizie raccolte da Francesco Rossi (F. ROSSI, Commissione feudale – Processi e sentenze, (Cartulario ms.) presso la Biblioteca Provinciale P. Albino di Campobasso) ricaviamo che Riccardo sarebbe morto nel 1324 e gli sarebbe succeduto prima il figlio Bartolomeo (1324. Bartholomeus de Petravalda per obitum Riccardi militis patris assecuratus a vassallis Petragualda, Gambatese et Casalis Malemerende) e 6 anni dopo, nel 1330, Margherita, sorella di Bartolomeo, andata sposa a Riccardo Caracciolo (1330. Domina Margarita de Gambatesa consoris viri nobilis Domini Riccardi Caraccioli, et filia qd Riccardi de Gambatesa possidet dicta Margarita cum aliis castrum Gambatese, casale S.ti Joannis in Gulfo, Castrum Monitorii, Castrum Tofarie et Vipere, pro quibus litigant). Nulla sappiamo dei termini della lite cui la citazione fa riferimento.

Dunque Riccardo di Gambatesa e Riccardo Caracciolo sono due distinte persone e Margherita era figlia al primo e sposa del secondo.
Moglie di Riccardo era stata Tommasella di Molise che, insieme ad Adolisia, era figlia, senza fratelli, di Guglielmo, ultimo conte di Molise (dominus Campibassi). Riccardo, premorto a Tommasella, dalla moglie non avrebbe avuto figli maschi, sicché essa si sarebbe sposata in seconde nozze con Berardo d’Aquino, conte di Loreto (secondo Scipione Ammirato) oppure con Alberico Carafa, duca di Ariano (secondo Ferrante Della Marra che riprendeva da Giovannantonio Summonte), comunque senza avere eredi.

L’incertezza delle fonti non permette di avere il quadro chiaro del passaggio del feudo di Campobasso a chi successe a Tommasella con il nome dei Monforte. Secondo Angelo Di Costanzo (ed il Masciotta concorda con lo storico napoletano) Giovanni di Monforte, conte di Squillace, lasciò in eredità il suo feudo ad una figlia che andò sposa ad un Gambatesa di cui si ignora il nome e dal quale ebbe due figli. Il secondogenito, invece di assumere il nome Gambatesa dal padre, per decisione materna si attribuì quello più importante dei Monforte. Cosa che non aveva voluto fare il primogenito, rinunciando addirittura alla eredità (se è vera la tradizione) per non rinunciare al nome paterno dei Gambatesa. Certo è che dopo questo periodo i feudatari di Campobasso usano indifferentemente il nome dei Gambatesa o quello dei Monforte.

La questione è piuttosto complessa ed anche Benedetto Croce tentò una sua interpretazione, non so fino a che punto condivisibile, ritenendo che Tommasella sia stata moglie di Riccardello, nipote del primo Riccardo.

Riccardo di Gambatesa, secondo il Croce, avrebbe avuto due figlie femmine. Margherita, la prima, come abbiamo visto avrebbe sposato Riccardo Caracciolo. La seconda, Sibilia, sarebbe andata in matrimonio a Giovanni Monforte dal quale avrebbe avuto come primogenito Riccardello cui, su richiesta del nonno Riccardo prima che morisse, sarebbe stato aggiunto il nome dei Gambatesa. Il Croce porta Riccardello deceduto nel 1338 e a lui sarebbe succeduto Carlo di Gambatesa (F. VALENTE, Il Castello di Gambatesa, Bari 2003).

Per il Croce Carlo di Monforte, conte di Morcone, secondo Giovanni Boccaccio, che li conobbe di persona, apparteneva al circolo dei confidenti della giovinetta regina Giovanna, a quel circolo nel quale, consapevole o inconsapevole che ella ne fosse, si tramò l’uccisione del suo non amato sposo, Andrea d’Ungheria.

Il processo che ne seguì finì tragicamente per Sancia, moglie di Carlo, che, considerata tra i responsabili del regicidio e imprigionata mentre era incinta, fu successivamente giustiziata sul rogo. Carlo invece, per la protezione della madre, contessa di Loreto, sarebbe riuscito a farsi liberare e nulla si conosce della sua fine.

L’Angelo di Gambatesa, che per primo assume il titolo di conte di Campobasso e di cui si hanno notizie nel 1382 e nel 1384, potrebbe essere il primo figlio di Sancia. Dovrebbe essere lui quel conte di Campobasso che a Gaeta, insieme al duca di Sessa, al conte di Loreto ed altri baroni, accompagnava il re Ladislao che in barca andava ad incontrare la sua futura sposa Costanza di Chiaromonte che giungeva dalla Sicilia per mare.

Successore di Angelo fu il fratello Guglielmo che nel 1410 era Giustiziere nella Terra di Bari e, insieme a suo figlio Nicola, tra i capitani al servizio di Ladislao nell’esercito che si mosse contro Luigi d’Angiò nella battaglia di Roccasecca. Durante lo scontro Muzio Attendolo Sforza con un gran colpo abbatté e fece prigioniero Niccolò conte di Campobasso, il quale, risplendendo per le armi dorate, faceva molto il bravo (P. GIOVIO, Vita di Attendolo Sforza (trad. L. Domenichi), Venezia 1561, f. 67).

Guglielmo fu tra i baroni che nel 1419 erano presenti a Napoli all’incoronazione di Giovanna  II la quale proprio in quell’anno concedeva una nuova fiera a Campobasso per ringraziare la famiglia Gambatesa-Monforte per i servigi resi a suo padre Carlo di Durazzo e a suo fratello Ladislao.

Croce ricava questa notizia da una pergamena che egli dice di aver consultato nel Municipio di Campobasso.

Ciò non fu sufficiente ad impedire che Guglielmo si ponesse contro la regina per qualche anno e comunque fino al 1422 quando, insieme ai figli Nicola e Riccardo, dovettero chiedere un indulto per tornare a servirla.

Sia Nicola che Riccardo fecero parte della grande organizzazione militare messa in piedi da Jacopo Caldora. Fu costui che ordinò a Nicola di assaltare Ferrazzano che fu ridotta talmente male che nel 1424 Giovanna fu costretta ad esentarla per cinque anni dalle tassazioni. Intorno al 1430 al padre Nicola successe Angelo che Tristano Caracciolo (De varietate fortunae) descrisse come virum frugi et elegantem, adeo comem et affabilem, ut nemo eum nosset quin diligeret.
Anche suo fratello Carlo ebbe fama, forse più di Angelo, di abile uomo di armi, come ricordò Leandro Alberti.

Angelo, prima fedele di Giovanna, nel 1432 passò a servire Alfonso d’Aragona per il quale militò nell’assedio di Gaeta e nel 1435 nella battaglia navale di Ponza quando insieme al re fu preso prigioniero.

Dopo la loro liberazione continuò a servire Alfonso che lo incaricò di una missione a Pescara a cercare di convincere Jacopo Caldora a passare dalla parte dell’Aragonese offrendogli oltre i feudi di cui era in possesso, anche la condotta di ottocento cavalli e mille fanti.

Fu incaricato anche di altre prestigiose missioni, come quella presso il papa per chiedere una indennità per aver il cardinale Vitelleschi mancato ai patti nell’assalire il campo aragonese di Giugliano in Campania.

Sul fronte opposto militava suo fratello Carlo che era rimasto fedele a Jacopo Caldora e che, dopo la morte di costui nel 1440, divenne luogotenente di Raimondo Caldora che era succeduto a suo fratello Jacopo nel comando delle truppe angioine.
Un servizio che durò poco perché il 23 agosto di quell’anno Carlo riceveva da Alfonso, con un diploma rilasciato a Capua, una serie di esenzioni fiscali e una condotta di duecento cavalieri e cento fanti. Una dichiarazione di fedeltà che non fu mai ritenuta completa perché ripetutamente sospettato di segrete alleanze con Francesco Sforza che aveva incontrato anche personalmente nel 1442 a Fermo, come poi rivelò Antonio Caldora dopo la capitolazione di Sessano.

(CONTINUA)

http://www.francovalente.it/2012/01/13/spigolature-araldiche-damnatio-memoriae-su-uno-stemma-di-cola-di-monforte/

http://www.francovalente.it/2012/09/03/un-viaggio-di-cola-di-monforte-a-compostella-e-una-misteriosa-conchiglia-sull%E2%80%99acquasantiera-di-s-maria-della-strada/

 

 

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Commenti

11 risposte a “Campobasso e il castello Monforte”

  1. Davvero complimenti! La sua cura per la storia, l’arte e la cultura del Molise sono una speranza per tutti quelli che come me vivono lontani dalla nostra regione: ci riempie di orgoglio e contribuisce a difendere la nostra identità spesso sopraffatta dai territori circostanti!

  2. Avatar franco valente
    franco valente

    Gentilissima Tina,
    ricevere complimenti di questo tipo è uno stimolo a non demordere….
    Comunque non è facile in una regione che stanca anche gli eroi!
    Grazie

  3. Complimenti per gli interventi e il lavoro svolto del sito web.

  4. P.S.
    Cliccando sul mio nome sovrapposto al relativo commento si accede alla pagina web dedicata al Castello Monforte.

  5. interessante articolo. Due righe sul castello anche su questo sito.

  6. Caro Andrea, si fa quel che si puo’…..

  7. Complimenti l’articolo è molto dettagliato, la foto ad inzio pagina (Scala geometrica di passi seicento) a quale epoca corrisponde? Saluti

  8. Avatar Carmelo S. Fatica
    Carmelo S. Fatica

    Riferendomi ad un’interrogazione di un Tuo articolo di qualche tempo fa,dalle torri sfregiate del Molise butterei chi, e ne sono molti e con diverse responsabilità, nega i sogni ed il piacere di pensare agli uomini di questa terra che, in miniatura, possiede tutto.

  9. GRAZIE FRANCO!

  10. Peppe! E’ un piacere sapere che mi segui!

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