Un itinerario nella memoria storica: Venafro

Un itinerario nella memoria storica: Venafro

Franco Valente (1996)

A volte, percorrendo la parte antica di Venafro, si ha l’impressione che, in un’epoca imprecisabile, vi sia stata una violenta esplosione e rocchi di colonne, capitelli, decorazioni marmoree, lapidi romane, pezzi di statue, siano volati un po’ dappertutto.
E’ facile, infatti, ritrovare brandelli di architetture e di opere d’arte inserite nelle murature di edifici più recenti o semplicemente sparsi sulle pubbliche vie. Ma se vogliamo con un po’ di pazienza capire cosa sia veramente avvenuto negli ultimi duemila anni in questa che una volta era una deliziosa cittadina (che è la porta del Molise per chi proviene da Roma o da Napoli) basta recarsi presso la Cattedrale per iniziare una passeggiata nel nucleo antico: un vero itinerario nella memoria storica.

Intanto la Cattedrale è posta in posizione isolata, in un bosco di olivi dove, ogni anno a Pasqua, in uno scenario naturale di incomparabile suggestione, oltre 200 interpreti davano vita ad una sacra rappresentazione sulla Passione di Cristo.

E’ dominata dalla montagna di S. Croce alla cui cima si arriva anche percorrendo un sentiero che passa per le poderose mura ciclopiche di una antica villa romana e poi per la dominante Torricella, uno dei punti nodali del sistema castellano della Valle del Volturno.

Dedicata a Maria Assunta, nella Cattedrale di Venafro i Vescovi hanno esercitato il loro potere almeno dal V secolo.  Costruita e ricostruita più volte sempre sullo stesso luogo, utilizzando per la maggior parte avanzi di monumenti romani e soprattutto i blocchi squadrati del vicino teatro imperiale, assunse l’impianto planimetrico attuale nell’XI secolo, ad opera del Vescovo Pietro di Ravenna, di cui rimane l’immagine (popolarmente chiamata Marzo con sette cappotti) nella facciata meridionale del campanile.

Mantenutasi sempre fuori delle varie cinte murarie medioevali, dal suo favorevole punto di osservazione e per oltre 15 secoli ha assistito a tutti gli avvenimenti  e  le trasformazioni della città. Venafro in effetti si è modificata nel suo aspetto esterno, ma si è sempre sovrapposta al suo originario tessuto stradale romano ad assi ortogonali fra di loro e con una ripetizione ritmata in maniera da formare isolati perfettamente quadrati. Se ne potrà avere diretta conferma percorrendo la strada che dal Duomo scende a valle, dove, nella parte più bassa, fu edificato nel XIV secolo il Convento di S. Francesco, per risalire verso il colle di S. Angelo sul quale si sviluppa il borgo medioevale. Prima di passare la Porta urbica del Giudice Guglielmo si noterà che le strade si innestano tutte ad angolo retto e gli edifici monumentali degli ultimi secoli vanno così a ripetere la posizione delle ville e delle case romane che un tempo erano sul medesimo sito.

Questo è il motivo per cui le facciate, i supportici, i cortili di Venafro mostrano spesso elementi scultorei e cornici antiche utilizzate non solo per pratica costruttiva ma anche per finalità decorative. Quei pezzi che erano sparsi per la pianura (cippi miliari, cippi funerari, sarcofagi, decreti lapidari, frontoni) sono riuniti, insieme alla pregevole Venere di Venafro,  nel grande Museo Archeologico, ospitato nel seicentesco convento di S. Chiara. Superato il Seminario neoclassico e la chiesa laicale del Corpo di Cristo (un bellissimo esempio di architettura borbonica del XVIII secolo), attraversando il nucleo urbano caratterizzato dai prestigiosi palazzi Siravo, Del Prete, Macchia-Nola, Del Vecchio, Cimorelli, Martino, Colicchio, si giunge al gioiello barocco della chiesa laicale dell’Annunziata.

Sulla facciata, costituita da un puzzle di pietre romane, si individuano i segni delle vicende architettoniche, dalla originaria chiesa del 1387 dei Flagellanti, alla ristrutturazione del XVII secolo quando fu iniziato il campanile ed innalzata la rinascimentale cupola con il pregevole lanternino, alla definitiva conformazione del 1750.

L’interno, estremamente suggestivo per l’ariosa spazialità della sua volumetria e la ricchezza delle decorazioni di stuccatori milanesi, conserva deliziose opere d’arte che fanno di essa uno dei monumenti più importanti della regione. Riuscire a salire sul suo campanile permetterà poi un giro d’orizzonte straordinario con una veduta suggestiva verso la la brulla montagna dove l’agave ed il pino mediterraneo sopravvivono ai ripetuti incendi a fare da cornice alle antiche chiese rupestri della Madonna delle Grazie e di quella di Montevergine, sul sentiero non più frequentato dei caprai.

Solo la prima domenica di maggio lo scenario incredibilmente si popola quando si rinnova la tradizione della Croce, a cui la montagna è dedicata, e migliaia di persone raggiungono la cima in un clima di festosa ricorrenza. Dal punto di osservazione della cella campanaria si avrà la sensazione di aver pareggiato il Castello che da oltre mille anni occupa prepotentemente la parte più alta dell’abitato.

Le sue torri circolari e la quattrocentesca braga merlata si aggregano ad un originario impianto longobardo del X secolo.  Dopo il restauro che è in corso da qualche anno, sarà possibile ripercorrere i loggiati rinascimentali e le stanze del piano nobile per rivedere i numerosi cavalli di razza che il conte Errico Pandone nel XVI secolo fece immortalare a rilievo in grandezza naturale. Lasciato con lo sguardo il Castello si potrà percorrere idealmente tutta la cinta muraria trecentesca fino alla quadrata Torre Caracciolo al Mercato, per poi proseguire per la Torre di S. Agostino, trasformata nel delizioso palazzotto neoclassico Vitale-de Lellis, nel quale vide la luce lo scienziato ed eroe risorgimentale Leopoldo Pilla. Verso est si potrà spaziare sui monti del Matese, sacri agli antichi Sanniti, ma più vicino si vedrà la chiesa di origine basiliana di S. Nicandro, dal XVI secolo affidata ai Cappuccini.

Ad essa fa riferimento il sentimento religioso venafrano in particolare nei giorni delle solenni processioni che vedono una straordinaria partecipazione di popolo. Nel convento venne ospitato Padre Pio poco prima che ricevesse le stimmate ed oggi il luogo è divenuto meta di numerosi pellegrinaggi.

Si giungerà poi con lo sguardo a sud-ovest, su ciò che rimane del Torrione d’angolo di Portanuova per risalire lungo la Via delle Monache fino alla Porta del Giudice Guglielmo. In lontananza, fra gli orti sopravvissuti scorre il rio S. Bartolomeo, l’antico Durone, che nasce dal centro della città dove da vita ad un grazioso specchio d’acqua che una volta alimentava i Molini della corte, oggi trasformati in un palazzetto liberty.

Decine di campanili di ogni forma fanno individuare altrettante chiese dentro e fuori della cinta muraria, ma la forma ellittica  di una serie di piccoli edifici aggregati a schiera senza soluzione di continuità, ci riconducono all’epoca romana.

E’ il singolare nucleo rurale del Verlascio (dal greco perielasis che vuol dire “girare intorno”) che, in pieno centro cittadino, ripete la forma dell’anfiteatro imperiale costruito o comunque ampliato perché in esso si svolgessero grandiosi giochi gladiatori per sciogliere un voto per la salute di Augusto.

Il traffico caotico della città moderna fortunatamente rimane fuori di questo angolo originale del Molise, dove ancora sopravvive una cultura contadina fatta spesso di sofferenze, di fame, di lavoro, ma anche di rapporti umani, di racconti, di tradizioni destinate inesorabilmente a scomparire.

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Una risposta a “Un itinerario nella memoria storica: Venafro”

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