Pietro Malapezza miracolato da Celestino V a Venafro davanti al convento di S. Spirito di Maiella
Franco Valente
La chiesa di S. Spirito di Maiella, con l’annesso Convento dei Celestini, fino a pochi anni fa era difficilmente riconoscibile in quel complesso di edifici rurali situati nelle immediate vicinanze di Venafro, ad oriente, sulla via che ancora si chiama di Maiella.
Come ho già detto in altro luogo parlando dell’assetto urbanistico della città, la via di Maiella coincide con l’antica strada romana che, attraversata Venafro, si dirigeva verso il Sannio. Grazie ad un restauro voluto dal suo proprietario Giovanni Prete, che ha puntato al recupero formale degli elementi originari nell’ambito di una riutilizzazione residenziale, oggi possiamo vedere con chiarezza quello che avevo preannunziato nel mio volume su Venafro del 1979.

La facciata della chiesa trasformata in stalla prima del 1978

La chiesa dopo il restauro. Si noti il coronamento superiore della facciata che originariamente era rettangolare
La chiesa che oggi si è svelata era stata trasformata in stalla. Dell’antico edificio, come si può osservare dalla foto dell’epoca, apparentemente non rimaneva più nulla se non la muratura perimetrale e quindi il suo impianto, ma osservando la facciata dopo un’abbondante pioggia si intuiva, per un fenomeno di assorbimento delle murature, il disegno del prospetto originale.
L’eliminazione degli intonaci sovrapposti ha dato ragione ed oggi abbiamo la possibilità di confermare che la facciata, riprendendo dalle coeve chiese romaniche abruzzesi, era rettangolare, come lo era quella della vicina chiesa di S. Nicandro, con un oculus centrale ed un portale architravato, sormontato da una lunetta semicircolare a tutto sesto.
Secondo il solito la chiesa si pone sul lato settentrionale del convento per lasciare alla parte residenziale la possibilità di una favorevole esposizione.

Il chiostro prima del restauro, come appariva nel 1978
Con la eliminazione delle murature di tompagno degli archi del portico interno si è pure recuperata l’originaria architettura del chiostro, perlomeno per quella parte sopravvissuta alle distruzioni accadute nel tempo.
Abbiamo una sufficiente documentazione per affermare con certezza che il complesso fu edificato nel XIII secolo, molto probabilmente quando Pietro Angelerio tornò dal suo viaggio a Lione nel giugno del 1275. Prima di quella data non si conoscono citazioni del monastero venafrano perché, come sostiene G. Morra, non è riportato tra quelli elencati nella bolla di Gregorio X del 22 marzo del 1275.
Il titolo di monastero competeva a quelle comunità che erano composte da non meno di 12 monaci, dei quali almeno 6 dovevano essere sacerdoti. La sua cura era affidata ad un abate. Tanto si ricava dalle Costituzioni Celestine che ancora erano in vigore nel 1624 quando furono date alle stampe.
Quando il numero era minore, ma comunque non inferiore a 2, il cenobio prendeva il titolo di Priorato e la cura era tenuta da un Priore. Altrimenti si definivano semplicemente chiese o grancie.
Quando Pietro Angelerio divenne papa, sicuramente S. Spirito di Venafro (come S. Spirito di Isernia, S. Maria di Trivento, S. Maria di Agnone, tutti nel Molise) aveva il titolo di monastero. Tanto si ricava dalla bolla pontificia che si affrettò a sottoscrivere nell’ottobre del 1294 a tutela dell’ordine da lui fondato:
Coelestinus Episcopus, servus servorum Dei. Dilectis filiis Honufrio Abbati Monasterii S. Spiritus de Sulmona Valven, diocesis . .. etc. …in quibus haec propris duximus exprimendo vocabulis, videlicet, locum ipsum, in quo praefatum Monasterium situm esse dignoscitur, cum omnibus pertinentiis suis: Monasterium S. Spiritus de Ysernia, S. Mariae de Trevento, S. Mariae de Anglone, Treventinae Dioecesis, S. Spiritus iuxta Venafrum, S. Spiritus Alifanensis etc.
Ecclesias cum Ecclesiis, Capellis, Decimis, et Grangiis, pratis, vineis, trris, sylvis, nemiribus, usuagiis etc. Dat. Aquilae V. Kalendas Octobris, Pontificatus Nostri, anno I.
In quest’epoca i monasteri Celestini erano almeno 36 con circa 600 religiosi tra monaci e conversi.
Di nuovo è citato S. Spirito di Maiella a Venafro nella successiva bolla di Benedetto XI del 14 marzo 1304.
Il monastero era stato fondato quando quella via su cui si pare la porta battitora aveva ancora notevole importanza soprattutto per i collegamenti tra Roma e il Sannio.
Sicuramente ad un livello più basso della strada sarebbe ancora possibile ritrovare l’antico lastricato in pietra che caratterizzava le vie romane perché sappiamo che per tutto il medioevo era definita ancora “in silice”, cioè in pietra, e bisognava percorrerla anche per giungere alla chiesa di S. Nicandro attraverso un diverticolo all’altezza dell’attuale Cimitero Militare Francese in quanto l’attuale viale che permette di giungervi direttamente non era stato ancora realizzato.
Il miracolo di Venafro
Nel Codice di Sulmona, richiamato nel 1630 da Lelio Marino, uno dei Padri Generali dell’Ordine Celestiniano, si riporta uno dei miracoli che gli viene attribuito durante il ritorno a Roma nell’estate del 1295 dopo la sua cattura a Vieste, mentre si accingeva a partire per nave verso l’Oriente.
Giunto coattivamente a Venafro per sostare nel convento da lui fondato, una folla gli si fece incontro e tra essi un bambino di 12 anni muto dalla nascita e Pietro Malapezza, figlio di Nicola, che haveva un’infermità d’occhi detta oftalmia, per la quale non vedeva niente, e non poteva sopportare anzi fuggiva la luce: fattogli il segno della Croce sopra gli occhi dal Santo, subito miracolosamente ricuperò la luce e vide chiarissimamente da indi in poi in vita sua.
Al bambino fu restituita la parola e dei due miracoli furono testimoni Simone di Casale, che era un chirurgo, Nicolò di Donna Terentina e Nicola padre di Pietro il miracolato.
Dell’esistenza del monastero venafrano si parla anche nel processo di beatificazione di Celestino V quando il 27 maggio 1406 Giacomo Capozio, arcivescovo di Napoli, e Federico di Raimondo, vescovo di Valva, ambedue delegati da papa Clemente V, interrogarono Nicola di Bernardo di Castel di Sangro che interrogatus in causa dixit, quod de ipse testis in infrascriptis locis ordinatis ex industria fratris Petri, in quibus loci morari vidit fratres de ordine dicti fratris Petri per quos cotidie redditur famulatus in ipsis et regularis observancia viget, videlicet … on quodam loco prope Venafrum...” (da G. Morra, Storia di Venafro).
Prima ancora delle decisioni murattiane per la demanializzazione dei beni ecclesiastici, S. Spirito di Maiella di Venafro era stato già venduto a privati dall’ordine dei Celestini.
Cosi riferisce il Masciotta: Con atto 19 settembre 1724 l’abate e i monaci del Convento di S. Pietro Celestino d’Isernia, che n’erano possessori, venderono lo stabile andato in rovina e l’annesso terreno al can. Francesco Del Vecchio di Venafro, il quale lo adibì ad usi colonici.
La chiesa, di conseguenza, divenne cappella privata padronale, e i Del Vecchio furono autorizzati a celebrarvi annualmente la festa di S. Spirito.
Nel 1799 il generale Championnet la requisì per accasermarvi alcuni reparti delle truppe.
Altre notizie relative alla vendita del complesso alla famiglia Del Vecchio la ricaviamo da alcuni appunti riportati nella raccolta di manoscritti riguardanti le confraternite venafrane: A 19 novembre 1724 per Gio. Cristofaro Tomasone della Tina dimorante in Isernia.
Il Can.co D. Francesco Del Vecchio comprò per il prezzo di duc. da R.R.P. Abbate e Monaci di S. Pietro Celestino il di loro Monistero, e benifondi sistenti in Venafro.
A 15 novembre 1724. Decreto della Vescovil Curia delegata dalla S. Congregazione del Concilio. VB ex sigulis annis festum celebret S. Ecclesiae Titularis eo modo et forma, quibus per praeteritum observatum fuit.
Benifondi. VB. L’intiera fabrica e chiesa di d. Monistero con Cortile e territorii adiacenti di tomoli…
Un oliveto e territorio contiguo sopra strada che conduce in d. Monistero, d. territorio contiguo a d. oliveto nell’Anno… fu piandato ad oliveto dal sud. Can.co del Vecchio.
Nel mese di maggio 1827 dal attuale possessore di d. Monistero e benifondi D. Ignazio del Vecchio vi fe’ costruire il Cindebolo, e posto in attività, e dal suddetto ne 1… vi fe’ piantare il vitato, e frutteto come oggi si osserva.
Tra i pochi elementi sopravvissuti dell’originario monastero, oltre il portale e l’ oculus centrale nella facciata rettangolare, vi sono anche due rosette a rilievo con sei petali lanceolati. Sono un segno tipico che spesso appare nelle architetture benedettine. Una circostanza che in qualche modo conferma l’epoca di fondazione del monastero quando ancora non si era costituita in maniera organica la congregazione celestina e Pietro Angelerio ancora era legato alle consuetudini benedettine.
A questo si aggiunga lo stemma settecentesco dell’Ordine Celestino di cui sopravvive la parte superiore del compasso e le tre stelle nel capo all’interno della lunetta del portale. Ma su questi aprticolari avrò modo di tornare.








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