ArteVenafro

Re Davide suona la viella nella cattedrale di Venafro

By 18 Novembre 2011 Dicembre 2nd, 2016 One Comment

Il terremoto del 1349 pare che abbia distrutto in maniera consistente la cattedrale di Venafro. Subito dopo si cominciò la sua ricostruzione tant’è che al suo interno si celebrava nel 1408 un giubileo diocesano di cui rimane traccia in una pietra capovolta che ancora esiste sulla sua facciata (http://www.francovalente.it/2008/11/02/cattedrale-di-venafro-il-vescovo-antonio-mancini-1427-1465/). Un secolo dopo, nel 1456, un nuovo funesto terremoto distrusse sicuramente l’intera facciata e parte dell’interno.

Era vescovo Antonio Mancini cui si deve la nuova riedificazione della basilica e il rifacimento sostanziale del suo interno che, comunque, conservò l’impianto architettonico che era stato impostato dal vescovo benedettino Pietro di Ravenna nella prima metà dell’XI secolo.

Al vescovo Antonio Mancini deve essere ricondotto anche un articolato programma pittorico con una serie di decorazioni molte delle quali sono andate distrutte a causa delle successive trasformazioni barocche.
Ne conferma la datazione la pittura di Cobella de Alferio di Castello Petroso la cui immagine obituaria porta proprio la data del 1458, ovvero di due anni successiva al terremoto di cui abbiamo parlato. ( http://www.francovalente.it/2011/09/27/franco-valente-racconta-la-cattedrale-di-venafro/ )

A tale periodo risale anche una originalissima rappresentazione dell’Albero di Jesse che è sopravvissuta nel tempo perché murata in occasione delle trasformazioni barocche e recuperata in fase di restauro degli anni Sessanta del secolo scorso.
E’ un affresco che riassume un verso di Isaia (Isaia cap. XI, 1-4) con il quale si profetizza che Giuseppe, sposo di Maria, sarebbe disceso da un tronco le cui radici erano di Jesse, il padre di David.

1 Et egredietur virga de stirpe Iesse,
et flos de radice eius ascendet;
2 et requiescet super eum spiritus Domini:
spiritus sapientiae et intellectus,
spiritus consilii et fortitudinis,
spiritus scientiae et timoris Domini;
3 et deliciae eius in timore Domini.
Non secundum visionem oculorum iudicabit
neque secundum auditum aurium decernet;
4 sed iudicabit in iustitia pauperes
et decernet in aequitate pro mansuetis terrae;
et percutiet terram virga oris sui
et spiritu labiorum suorum interficiet impium.

1 Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
2 Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.
3 Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire;
4 ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.
La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento;
con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio.

Negli evangeli la genealogia di Cristo è ricostruita in un certo modo da Matteo all’inizio del suo vangelo (Matteo 1:6-25):
Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, [7]Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf, [8]Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, [9]Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, [10]Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, [11]Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia. [12]Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle, [13]Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim generò Azor, [14]Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, [15]Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, [16]Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.

E’ ricostruita in maniera diversa da Luca all’interno del suo vangelo (Luca 3:23-32):
[23]Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli, [24]figlio di Mattàt, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Innài, figlio di Giuseppe, [25]figlio di Mattatìa, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Naggài, [26]figlio di Maat, figlio di Mattatìa, figlio di Semèin, figlio di Iosek, figlio di Ioda, [27]figlio di Ioanan, figlio di Resa, figlio di Zorobabèle, figlio di Salatiel, figlio di Neri, [28]figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadàm, figlio di Er, [29]figlio di Gesù, figlio di Elièzer, figlio di Iorim, figlio di Mattàt, figlio di Levi, [30]figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Ionam, figlio di Eliacim, [31]figlio di Melèa, figlio di Menna, figlio di Mattatà, figlio di Natàm, figlio di Davide, [32]figlio di Iesse

Ambedue le ricostruzioni, comunque, riportano a Jesse la radice del tronco da cui viene Giuseppe, sposo di Maria madre di Cristo.

Nel meridione italiano tale rappresentazione è piuttosto rara. Se ne conosce nell’area molisana-campana solo una edizione a S. Angelo di Alife (quindi non molto distante da Venafro) che, inizialmente ritenuta trecentesca, dall’autorevole Ferdinando Bologna fu collocata nel XV secolo (F. BOLOGNA, I pittori alla corte angioina di Napoli, 1266-1414, Roma 1969).

In Italia di rappresentazioni dell’Albero di Jesse si conosce quella di bronzo dell’XI- XII secolo nella porta della basilica di S. Zeno a Verona. Un’altra del XIII secolo era nel pulpito di S. Pier Scheraggio (chiesa scomparsa) di Firenze. Celebre quella del XIII secolo di Benedetto Antelami nel battistero di Parma.

Dell’inizio del XIII secolo sarebbe anche quella che appare su un capitello del duomo di Lucca.  Del XIII secolo avanzato è l’albero che si trova sullo stipite destro della cattedrale di S. Lorenzo a Genova.

L’affresco più antico con la rappresentazione dell’albero della genealogia di Maria si trova nel duomo di Napoli ed è databile agli inizi del XIV secolo.

Di qualche anno più tardo è quello in bassorilievo sulla facciata del duomo di Orvieto. Al quattrocento viene fatto risalire l’affresco dell’albero di Jesse che si trova nella chiesa di S. Francesco di Amatrice. Allo stesso secolo o ai primi anni di quello successivo la rappresentazione nell’abside della basilica della Madonna della Ghianda a Somma Lombardo.


Jesse. Madonna della Ghianda. Foto Anna Elena Galli
(da http://www.fmboschetto.it/Lonate_Pozzolo/Madonna_della_Ghianda.htm)

Nota pure è la tavola in tempera di Matteo di Gualdo che la realizzò nel 1497 per la chiesa di S. Maria dei Raccomandati a Gualdo Tadino. In questo caso l’albero trae origine da corpo di Adamo e Jesse è inserito tra i profeti che sono sui rami. Rinascimentale è invece la rappresentazione di Jesse in un affresco monumentale che fu eseguito dai fratelli Vincenzo e Domenico Bianchini tra il 1542 e il 1551 nella cappella di S. Isidoro nella basilica di S. Marco a Venezia.

Per l’analisi sintetica di tutte queste rappresentazioni rinvio all’eccellente lavoro sulla interpretazione iconografica dell’albero di Jesse di Jacopo Manna (J. MANNA, L’albero di Jesse nel medioevo italiano – Un problema di iconografia) dove, però, non si fa cenno all’affresco di Venafro. (www.nuovorinascimento.org/n-rinasc/iconolog/pdf/manna/jesse.pdf)

Complessivamente l’albero di Jesse della cattedrale di Venafro è una rappresentazione che mette in relazione, secondo il solito, la sequenza degli antenati di Giuseppe sposo di Maria da cui nasce Cristo.

I profeti sono simbolicamente appollaiati sui rami dell’albero che nasce dal ventre di Jesse che ha l’aspetto di un anziano dormiente. Un uomo dalla corporatura possente è disteso a terra. E’ vestito di una lunga tunica bianca ed è avvolto in un mantello rosso. Manca la parte dei piedi, ma è integro il volto dalla lunga barba bianca e il turbante che gli copre il capo. La scena è ambientata all’imbocco di una valle che appare inquadrata dal profilo di due monti ricchi di alberi. Il piccolo gradino su cui si appoggia la testa è geometrizzato secondo un modo tipico di alcune icone orientali.

Dal corpo nasce un albero con sei rami più o meno simmetrici sui quali si appoggiano 12 profeti sistemati a due a due su ogni ramo. La forma delle foglie suggerisce che si tratti di un albero di quercia.

Tutti i profeti sono seduti in equilibrio e sono sistemati di profilo in maniera da rivolgere lo sguardo verso la cima dell’albero dove è una mandorla raggiata che contorna l’immagine di Maria che tiene il Bambino.

Vestono costumi all’orientale, tutti diversi tra loro per foggia e colore. Ognuno ha una sorta di mantellina dalle forme diverse e i capi sono coperti da vistosi turbanti colorati.

Ogni profeta regge un cartiglio sul quale presumibilmente il pittore avrebbe dovuto mettere il nome del personaggio.

Rimane il nome del profeta Asaf (ASA) che appare solo nell’elenco dell’evangelista Matteo come figlio di Abìa e padre di Giosafat.
Uno solo si distingue dagli altri perché tiene nelle mani uno strumento musicale. Si tratta evidentemente di re Davide che nella tradizione iconografica viene rappresentato quasi sempre mentre suona un’arpa.
Lo strumento è particolare perché si tratta in questo caso di una viella. Davide la mantiene con la mano sinistra tenendola per il manico insieme all’archetto.

La viella è uno strumento musicale da considerasi in qualche modo l’antenato del violino. E’ un cordofono perché costituito da una cassa armonica con due tagli simmetrici su cui si appoggia un braccio con cinque corde che vengono sfregate da un archetto. E’ conosciuta anche sotto i nomi di vièle o di viola, da cui poi il violino.
La descrizione più antica appartiene al monaco domenicano Hieronimus de Moravia ma la sua esistenza sembrerebbe potersi documentare anche nel XI-XII secolo.
Rarissime sono le sue rappresentazioni e tra queste va collocata quella nelle mani di re Davide nell’albero di Jesse della cattedrale di Venafro.

federico viellablog

 

Tra esse quella che si trova negli affreschi di Palazzo Finco a Bassano del Grappa (sec. XIII), che forse è la più antica, dove appare un giullare che suona la viella in una scena con Federico II.

 

Quella che si trova tra le miniature del Codex Manesse realizzato a Zurigo è degli inizi del XIV secolo. Vi si vedono anche due menestrelli che suonano due vielle di diversa forma. Una delle due ha le stesse caratteristiche di quella rappresentata nell’affresco venafrano.

(Ringrazio Peppe Di Iorio che ha riconosciuto nella viella lo strumento nelle mani di re Davide)

Join the discussion One Comment

Leave a Reply


*