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Una formidabile accetta di pietra trovata a Venafro e conservata al Museo Pigorini dal 1876

By 25 Agosto 2012 4 Comments

Una formidabile accetta di pietra trovata a Venafro e conservata al Museo Pigorini dal 1876

Luigi Pigorini, fondatore del Museo Preistorico Etnografico di Roma (che poi prenderà il suo nome) nel 1876 comunicava che in quel museo si trovavano “trentatre frecce, sette coltelli, due punteruoli, un’accetta di diorite, una punta di giavellotto e un raschiatoio di lavoro così detto neolitico, oltre a due accette, tre coltelli, una lancia e un raschiatoio fabbricati a grandi e semplici scheggiature, generosamente ceduti al museo Preistorico di Roma dal Sig. Don Francesco Lucenteforte” (P. L. Pigorini, L’età della pietra nella provincia di Molise, in “Bullettino di Paletnologia Italiana“,  II, Parma 1876).

Tra questi, dunque, vi era un arnese del tipo acheuleano di particolare importanza che ha queste caratteristiche descritte nella scheda:
bifacciale lanceolato di selce grigio chiaro a venature rossastre. Sezione biconvessa con facce molto rilevate in prossimità del tallone. La lavorazione facciale è ottenuta mediante distacchi ampi e piatti. Il tallone ha un margine tagliente e rettilineo. L’apice è largo e piatto. Gli spigoli sono vivi. Misure: 233×0, 105×0, 075.

Questa pietra, per quanto se ne sa, fu trovata a Ceppagna mentre si scavava un pozzo, a una profondità di circa sei metri tra uno strato di argilla e uno di ghiaia. (G. Morra, Storia di Venafro, Montecassino 2002).

Pigorini sostenne che “poche fra le accette consimili  delle regioni estere presentano le dimensioni dell’esemplare di Ceppagna, e tuttochè sia noto che all’Esposizione Universale di Parigi se ne ammirava una della eccezionale lunghezza di cent. 29, in generale la misura di quelle di Francia sta tra i 15 e i 20 centimetri“.

Varie sono le ipotesi sulla utilizzazione di questo attrezzo dalle dimensioni sicuramente considerevole che è collocabile in un tempo cha va dai 700.000 ai 100.000 anni da oggi (F. Vianello, Prospettive di sviluppo per le ricerche preistoriche nel bacino dell’Alto Volturno, in “Corriere del Molise”, 11-12-1992).

Questo è uno dei motivi per cui vale la pena andare a Roma a visitare il Museo Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”.

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  • scungio enzo ha detto:

    franco mi dici il motivo valido che già dai tempi passati ogni cosa doveva essere data fuori regione per essere apprezzata non era meglio conservarla e darlo al nostro museo,

  • Franco Valente ha detto:

    Nell’Ottocento non esistevano musei nel nostro territorio. Lucenteforte bene fece a depositare questi pezzi al Museo Pigorini di Roma, altrimenti oggi non sarebbe rimasta alcuna traccia.
    La cosa è continuata anche nel secolo scorso perché il Molise prima dipendeva dalla Campania (Napoli) per la conservazione dei reperti e poi da Chieti (Abruzzo e Molise).
    Finalmente con la creazione dei musei regionali e locali questa consuetudine è stata superata dalle leggi. Oggi quello che si trova sottoterra deve andare nel museo più vicino purché sia adeguatamente garantita la protezione.
    Comunque oggi si pone piuttosto il problema di come far tornare questi reperti a Venafro perché è l’unico modo per avviare quel processo di valorizzazione non solo dell’oggetto in sé, ma anche del luogo per il quale è stato realizzato.
    Pare che per gli scacchi vi siano buone probabilità che rimangano a Venafro. Per i reperti che sono al Pigorini dovremmo iniziare a parlarne.

  • annamaria ha detto:

    grazie per la risposta e per le precisazioni. ho cercato su internet l’articolo di fabio, eccezionale ricercatore la cui prematura scomparsa mi ha molto addolorato, ma non sono riuscita a trovarlo. ne sai qualcosa tu? grazie come al solito ….

  • Franco Valente ha detto:

    Carissima Annamaria, ho pubblicato queste poche note proprio perché la sera del racconto di Venafrum mi avevi posto il problema di una “mitica” tomba dei giganti. Credo che il piccolo saggio di Fabio Vianello si possa trovare nella biblioteca di Venafro. Forse nel fondo Morra.

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