Le tentazioni di S. Tommaso di Aquino di Arnaldo De Lisio
Un’opera sconosciuta dell’artista di Castebottaccio
Franco Valente
Qualche anno fa un amico antiquario mi chiamò per farmi vedere un quadro che portava la firma di Arnaldo De Lisio. Mi confidò che gli sarebbe piaciuto vendere l’opera ad una istituzione molisana, ma ogni tentativo andò a vuoto. Non so se la tela è ancora nel negozio dell’antiquario o se, invece, sia stata acquistata da qualcuno.
Certo è che nessuna istituzione molisana ha inteso rendere onore all’artista regionale facendo un piccolo sforzo per trattenere una delle opere certamente tra le più importanti dell’artista. Anche per un particolare che la rende sicuramente interessante.
Arnaldo De Lisio era nato a Castelbottaccio nel 1869 dove visse la sua infanzia certamente condizionato dalle attività culturali di suo padre Vincenzo al quale rimase legato negli affetti per tutta la vita.
Giovanni Mascia ha raccolto la testimonianza di Vincenzo De Lisio in un bel saggio pubblicato su Utriculus (n. 40 – 2006) e che si può agevolmente consultare sul blog di Toro a questo indirizzo: http://www.toro.molise.it/public/news/foto/mascia_utri40.pdf
L’opera di Arnaldo è ancora tutta da studiare e non è nelle mie intenzioni approfondire quel poco che già si conosce. Una sintesi estrema della vita e delle opere di Arnaldo De Lisio si trova sul sito della provincia di Campobasso: http://www.provincia.campobasso.it/cultura/arte/index.htm
Qui voglio parlare del quadro che ritengo assolutamente sconosciuto e che il Molise non ha voluto acquistare.
Anche se l’opera è senza titolo, credo possa essere definita come “Le tentazioni di S. Tommaso d’Aquino”.
Il quadro, di grandi dimensioni e dal soggetto religioso, più che ad una chiesa forse era destinato ad una stanza di un edificio religioso. In genere, anche se non è una regola, le pitture per una chiesa sono fatte per essere inserite in cornici con la parte superiore arcuata. Questo quadro è rettangolare.
La scena è particolare.
E’ ambientata in una stanza sottotetto, come sembra potersi affermare per l’inclinazione del soffitto appena accennata nell’angolo sinistro della rappresentazione. Probabilmente è una sorta di soffitta in cui sono appoggiati senza un logica distributiva una cassapanca, un armadio a due ante con cornici barocche ed un letto.
Alla parete è appeso un quadro dalla cornice settecentesca che rappresenta un cavaliere galante che fa un inchino ad una dama con cappello. Al centro della scena un grande leggio formato da una colonna di legno su cui si appoggia una sfera sulla quale sta un’aquila che mantiene un serpente tra gli artigli e tiene aperte le ali che formano il supporto per il libro.
A terra un grande tappeto a fiori sul quale stanno i pezzi di un candeliere barocco e una croce astile dai bracci polilobati.
Un altro candeliere caduto è poggiato sulla cassapanca che ha lo stemma formato da un campo rosso con una croce trifogliata d’argento.
Un lampadario circolare di ferro, tenuto da una catena ad anelli lavorati, rilascia una luce fioca.
Questo è il contesto in cui si svolge la scena.
Al centro un monaco in ginocchio resiste, volgendo la testa e sollevando le mani in segno di rifiuto, alle offerte di due donne che sono sedute sul letto.
Quella più vicina ha una veste rosa e la testa coperta da un velo vaporoso e cerca di accarezzarlo.
La seconda, con una veste dall’ampia scollatura, fa brillare un pugno di monete d’oro che lascia cadere all’interno di un cofanetto che ne è pieno.
Sulla destra del monaco l’immagine di una terza donna chiarisce che si tratta dell’apparizione di figure fisicamente inconsistenti.
E’ una donna che non ha gambe ed è sollevata da terra. E’ coperta solo da un piviale liturgico rosso mantenuto fermo sulle spalle nude da un gancio dorato.
I bordi del manto sono riccamente decorati con l’immagine di vari santi tra i quali si riconosce con sicurezza la figura di S. Paolo con una spada nelle mani.
La donna regge nelle mani una mitra vescovile nell’atto di metterla sul capo del monaco.
Le tre donne e il monaco sono illuminate dai raggi di una luce che viene dall’occhio luminoso di un grande rospo che sta appoggiato su una cassa.
Che si tratti di S. Tommaso d’Aquino tentato dalla carriera ecclesiastica, dal piacere femminile e dalla ricchezza non vi sono dubbi.
E’ nota la vita in parte leggendaria di Tommaso scritta a più mani da Guglielmo da Tocco, Bernardo Gui e Pietro Calo nel secolo XIV per avviare il processo di canonizzazione.
Da questi racconti, che per molti versi contengono circostanze frutto di esagerazioni, si fa spesso cenno alle tentazioni che sia i genitori (ed in particolare la madre) sia i suoi oppositori provarono per distoglierlo dalla vita religiosa.
Tommaso d’Aquino, sebbene fosse domenicano, finì i suoi giorni a Fossanova tra i benedettini circestensi, che hanno come veste il saio bianco e lo scapolare nero. Il suo biografo Guglielmo di Tocco riporta che proprio a Fossanova Tommaso, poco prima della morte, abbia dettato ai monaci dell’abbazia un commento al Cantico dei cantici.
L’abito dei benedettini-cistercensi nel cui ordine Tommaso finì prima di morire.
Un particolare di questo quadro è particolarmente interessante. La testa del santo è secondo il solito di un uomo calvo.
Non conosco ritratti di Arnaldo Di Lisio, ma quello che egli fece al padre Vincenzo fa immaginare che nel volto di S. Tommaso del nostro quadro debba riconoscersi un autoritratto dell’artista molisano.









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