RICORDANDO ERNESTO SAQUELLA
Franco Valente
Non vedevo Ernesto Saquella da tanto tempo. L’ho sempre considerato uno di quegli spiriti irrequieti al quale mi sentivo legato per una affinità elettiva epidermica.
Quelle poche volte che ci siamo visti ci siamo scambiati le solite battute che facevano immaginare la possibilità che un giorno ci saremmo fermati a progettare qualcosa per questa regione spesso in mano a gente irriconoscente e qualche volta anche invidiosa.
Poi, inaspettato, il 28 novembre mi è arrivato un messaggio sul computer ed ho scoperto che Ernesto seguiva il mio blog:
Carissimo Franco,
in questo periodo sto utilizzando poco, pochissimo, quasi per niente…. il PC.
Quindi se vogliamo fare due chiacchiere, magari fissando un appuntamento, è meglio sentirci telefonicamente.
Ogni occasione m’è cara per testimoniarti stima profonda ed affetto.
Un caro saluto, Ernesto Saquella
Carissimo Ernesto, mi farò sentire appena vengo a Campobasso. Con grande piacere. Franco
Mi rispose:
Attenderemo con piacere che si realizzi la congiunzione astrale: “l’ora, il giorno e la dolce stagione”… A prestissimo. Ernesto
Qualche giorno dopo ci siamo scambiati qualche battuta mentre aspettava che suo figlio uscisse dal Mario Pagano. Ci siamo dati un appuntamento presso il suo laboratorio, ma la drammatica notizia della sua scomparsa chiude la possibilità di condividere qualsiasi iniziativa.
Ernesto Saquella inseguiva quel sogno alchemico che si perde nella misteriosità rosacrociana e che trova origine nell’applicazione di moduli artistici di origine pitagorica che egli ostentava con rigoroso riserbo e con una religiosità da novello Odisseo.
L’arte di Ernesto, proprio perché fortemente condizionata da una ricerca filosofica, non è facile da capirsi. Un’arte che, seguendo la prassi pitagorica, è riservata solo agli spiriti eletti.
Una sequenza di dire e non dire. Un dire una cosa per farne capire un’altra. Una sorta di religione del mistero capace di provocare un forte attrazione per la pregnanza dei segni ridotti all’essenziale in un continuo aggregare una serie di elementi apparentemente ovvi, spesso presi a prestito dalla storia dell’arte, con l’essenzialità del gesto simbolico della provocazione.
Un post-modern, quello di Ernesto, che non si caratterizza solo perché tenta il recupero di aspetti pittorici e riferimenti formali del passato, ma anche e soprattutto perché tradisce il desiderio di rendere criptico, e perciò misterioso, anche il più esplicito dei simboli.
Un processo di esplicitazione al contrario. Una costante provocazione alla riflessione come una spirale logaritmica che si chiude verso un punto infinito al suo interno. Un ripetere continuamente che l’universo si conosce infilandosi nella propria coscienza attraverso la conoscenza di se stesso: nosce te ipsum, come egli spesso ripeteva.
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