Venafro

La Peste del 1656 a Venafro

By 22 Gennaio 2011 Giugno 30th, 2013 No Comments

Memoria della peste, che accadde in questa città di Venafro nell’anno 1656, conforme s’è lasciata notata e descritta dal fù sig.r Prim.rio D. Ludovico Valla, che vi si trovò presente.

Scoperta da Gennaro Morra, questa memoria di Ludovico Valla sulla peste di Venafro del 1656, fu da lui pubblicata sull’Almanacco del Molise 1975 di Enzo Nocera.
Credo ci sia da aggiungere poco alle puntuali considerazioni che lo stesso Morra premetteva alla trascrizione del testo e ad esse consiglio di fare riferimento per approfondire la conoscenza del contesto in cui si consumava quel drammatico contagio che comportò la morte di 3.500 cittadini, come ricorda, sicuramente esagerando nel numero, una piccola lapide che ancora sopravvive a lato della porta del Municipio e che lo stesso Ludovico Valla aveva composto.
In coda alla trascrizione che segue potrete trovare una sintesi delle considerazioni che Gennaro Morra aveva scritto in occasione di una rivisitazione della cronaca di Ludovico Valla.

Memoria della peste, che accadde in questa città di Venafro nell’anno 1656, conforme s’è lasciata notata e descritta dal fù sig.r Prim.rio D. Ludovico Valla, che vi si trovò presente.

Grande in tutti i modi stimo l’obligatione à coloro douta, che industriosamente s’adoprano di perpetuare in beneficio de’ posteri le più rilevanti memorie de’ loro tempi, dalle quali addottrinati possono nelle vicende de’ succedenti casi meglio regolarsi, ò à sopportar con pacienza le disgrazie sopragiunte. Dalla verità di questa proposizione habbiam noi giusto motivo dolerne de’ nostri antenati, che non solo l’antiche memorie, mà le più prossime, anzi quei tempi istessi nè quali vissero, tutto che d’importanti successi ripieni, hanno cosi inavedutamente trascurato, che niuna, ò troppo difettosa mentione n’è di loro rimasta.

Adunque à ciò che da altri quella colpa non mi s’attribuisca, che io ad altri ascrivo, hò pensato di lasciare à Posteri una brieve e non meno infelice, che importantissima memoria di questo tempo, i quali affettuosamente priego, che se già mai questa mia picciola fatica giungerà nelle loro mani, vogliano attentamente leggerla, et imparino dal nostro male à rendersi più di noi cauti ne’ pericoli e patienti nelle miserie. Intendo dunque solo narrare, e registrare a’ posteri nella presente picciola fatica il succeduto nell’anno della Peste qui in Venafro.

Riferisco dunque, come nel presente anno della salutifera incarnatione 1656, di punto nel suo cominciamento verso la fine del mese di Marzo, secondo l’uso astronomico, cominciò nella floridissima città di Napoli à pullulare un male cosi mortifero, che nel termine di poche hore, e spesso repentinamente se nè moriva l’infermo.

Assalì egli le parti più basse di quella città, e pian piano serpendo, andava minacciando, et infettando. Nasceva à gli oppressi un carbone, ò altra esitura nella persona. e tutti per lo più prima de’ quarto giorno morivano. Cresceva dà punto in punto il numero de’ patienti, e tutto ch’il male di continuo s’avvanzasse, non s’intendeva però, ch’egli abattesse gli altri, che la più bassa, et infima gente, facendo maggior rovina in quei luoghi, ove prima habbiam detto, che s’era attaccato.

Dà questo insolito accidente, e dalla stravaganza de’ suoi effetti crescevano continuamente i giuditij della cagione, che sempre variamente usciuano, non solo dà scientiati, ma differentemente dà tutte le persone.
Nel principio però del male dissero i Medici, che dà cattivi cibi usati dà quella misera plebe nell’accorrente Quaresima, è particolarmente dà quel Salume che Baccalà diciamo, di cui gran copia n’era, et à infimissimo prezzo si vedeua per tutto, in cotal modo fossero gli huomini del corpo corrotti, che si cruda infermità cagionavano, salvando in ciò la mortalità della plebe, è a riguardo de’ Nobili, ò che non usavano cibi quaresimali, ò almeno non cosi vili; che però d’ordine de’ Superiori di quella città, i quali con ogni industria alla comune salute attendevano furono immantinente sommerse nel mare molte migliaia di cantara di detto Salume.

Non per questa oprata diligenza si vidde cessar il male, anzi tutta via più fiero, e micidiale s’andava scoprendo, e nacque all’hora bisbiglio, che dà nemica gente si fosse con velenosa polvere per la città disseminato la qual fama crebbe oltremodo, benché diversamente del modo d’adoprarlo si discorresse.
Fu chi disse, come tra frutti, et altre cose all’uman vitto appartenenti scaltramente si mescolasse, oltre nelle fonti delle chiese, ove si conserva l’acqua benedetta, altri che calcasse per le strade, et altri, che in altri modi: Dalla quale diversità di pareri, diversi accidenti ancora sortivano, e fu non poca moltitudine di persone forastiere uccisa, e non pochi sollevamenti nacquero in quel Popolo et in tanto andava sempre crescendo il male, facendosi cosi palese nelli effetti, come occulto nella cagione.

Erano già trascorsi due Mesi, che in tal varietà de’ pareri senza certanza veruna in Napoli si dimorava, quantunque dà i più savij si divulgasse la Peste, quando un Uomo di questa Città per suo Nome chiamato Francesco di Prova di bassa conditione, mà di numeroso parentado per suoi affari andò in Napoli, ritornando dopo sei giorni dalla partita, e qui dimorando sano, dopo altri quattro, ò cinque giorni cadde in una grave malattia: Fu egli, secondo il costume dà Parenti, che molti erano, visitato, e morì nel Settimo giorno della sua infirmità. In tanto scopertasi già in Napoli la Peste, si divulgarono subito gl’ordini in tutto il Regno per la proibizione del comercio, senza le sedi, ò ricognitioni opportune.

Giunto l’ordine e pubblicato il male, s’incominciò per Venafro à discorrer della morte del suddetto Francesco, dubitando i più accorti, ch’egli dà i contagiosi semi, che da Napoli recati havea, non fosse morto: mà la volgar credenza di ciò ridendosi, ritardava gl’opportuni rimedij, giudicando ciò impossibile, mentre che la mortalità non in altra parte, che in Napoli si sentiva, et havrebbe ella dovuto prima di giungere qui assalir gli altri luoghi più a quella città vicini, quantunque la falsità di questo discorso havesse potuto in ferirsi dall’esempio di Castelpetroso terra nel contado di Molisi, nella quale ancorche assai più lontana, erasi con molta vehemenza attaccato il contagio.

Crebbe oltre modo il sospetto, quando dopo pochi giorni la moglie del suddetto contadino infermatasi, morì in poco tempo della sua malattia, et i figli, e tutte l’altre persone, che in quella casa dimoravano divennero inferme. Si levò grandissimo il rumore, e subito d’ordine de’ Superiori et altre persone deputate per la comune salute furono chiamati tutti i Medici, che nella città dimoravano.

Fioriva in quel tempo la città di Venafro d’huomini scientiati, et in particolare nella medicinal professione, in cui (benché piccola città fosse) sei Dottori v’erano, cioè Ortenzio Magnotti, Giuseppe Silvestri, Nicandro Gratiani, Francesco Schiavetti, Michele Cucullo di Capriata et io.

Raunati addunque insieme né fu unitamente imposto dal Sig. Governatore e dà Signori Deputati, che ci fussimo conferiti nella casa ove erano gl’infermi e riconosciuto il male nè facessimo à loro piena relatione.
Giunti et entrati in detta casa (havendo però’ prima con fumo di zolfo preparata l’aria) vi trovammo un clerico, che sotto la destra anguinaia haveva un Gavocciolo chiamato comunemente bubone, grande quanto una buona noce, con pochissimo sentimento però di dolore e con leggiera febre.

Uscì dopo da una camera un picciolo figliolo d’anni dodeci nudo, che dirottamente piangeva, con una piccola enflatura nella sinistra anguinaia, non più grande d’un ovo di frungello, con molto rossore intorno, e con grandissima febre e come egli disse con eccessivo dolore in quel luogo. Eravi similmente una donna che giaceva in un letto gravida, che per onestà da noi non fu scoverta, confessando però ella di haver un simil male nel medesimo luogo, et una vecchia sana, che stava al governo di detti infermi.

Non ricercava il male maggior chiarezza di quella ch’era all’occhio, et alla mano comune; onde tutti comunemente giudicammo essere coloro dà pestifera infermità oppressi. Seguì doppo due giorni la morte del figliolo, e della donna gravida, e doppo quattro giorni quella della vecchia, che governati gl’haveva. Furono subito tolti gli sudetti infermi, e portati in una Hosteria che al presente è affatto diruta, e si diceva Hosteria di mezzo, posta sotto le mura della Città, et ivi se gli somministrava à spese del pubblico ciò che si era di necessario, à ciò che non havessero del lor male le sane persone infettate. In tanto si attendeva alla guardia opportuna, proibendosi non solo à forastieri l’entrata nella Città mà anche à quei cittadini, che dà Paesi forastieri tornavano, ò con forastiere persone praticar si vedevano.

Mà eri egli veramente sciocco pensiere di proibir l’entrata del male in quella Città, nelle viscere di cui già attaccatosi andava dal continuo serpendo. Non hà dubbio, che la diversità de’ pareri e la gran discussione de’ cittadini, che, qui più, che altrove è sempre mai regnata, fu una delle principali cagioni della ruina. Ma non fu minore la malignità del male, che insidiosamente si stava riposando, à ciò che potesse risorger più fiero.

Si viveva addunque sanamente, et era più giorni (forse quindeci) trascorsi, senz’altro segno di peggio nè quali varie cose si fecero. Erano in quell’anno Sindici i Signori Carlo Coppa, Gio:Domenico Reglieri e Lorenzo Asprini, e furono altre persone alla comune salute deputate, le quali ogni giorno facevano mondar le strade, stabilivano guardiani alle porte, costituirono convenevol salario à i Beccamorti, tenendoli sempre fuori della città, et elessero tre Medici con provigione di Duecento Scudi per un anno, che tutti gli infermi havessero à medicare escludendo gli altri tre, tra gli quali fui io, favorendomi in ciò via più la mia buona fortuna, che il mio cattivo senno.

Cercavano i cittadini diversi ripari, et agiusti; altri portavano dei continuo in mano palle odorifere, et artificiosamente lavorate e composte altri tuta, ò aglio, altri con aceto puro ò con Terriaca mescolato, le narici spesso bagnavano, altri ogni mattina usavano mangiar noci, ruta, e fichi secchi, altri pillole dette Althea, mirra e croco, altri unguento vivo, che sarebbe anche soverchio il narrargli.

Usandosi dunque tali diligenze e non iscorgendosi più, nè dentro, nè fuori della città persona alcuna infermarsi nel corso de’ su detti giorni, fu dal Popolo suscitato grandissimo rumore, dicendosi, che dà Medici s’era malitiosamente divulgata la Fama della Peste, per ritrarne copioso guadagno, tutto, che simil male non fosse. Mancò poco, che le parole non si riducessero à fatti, e la rabbia commune non terminasse alla loro totale rovina.

Due motivi accrescevano l’occasione del comune sdegno, il primo si era, ch’essendo di già dà vicino il tempo della ricolta s’era cosi fattamente sparsa la cattiva nuova di Venafro, che i Forastieri, i quali à numerose Truppe à mietere vi concorrevano, spaventati dà tal fama, non solo la Città, ma anche i sementati fuggivano, di modo tale che già si vedeva prossima la perdita della Campagna: l’altro motivo poi, che forsi à giuditiosi resta di maggior considerazione fu, che non solo non apparve in tale tempo segno alcuno d’infettione, mà tutti coloro, che dalla Città erano stati cacciati ottimamente vivevano; al che s’aggiunse la particolar salute di coloro, che nella infetta casa havevano praticato, come d’un maggior figlio del primo morto Francesco, e d’un suo cognato, marito di quella donna che di sopra inferma dicémmo, e poi morta, anzi il Prete, seu clerico istesso, che ‘l Pacciuolo nella destra anguinaia già dicemmo ch’havea, medicato dà un certo Forastiero, era quasi, che in tutto guarito, né altrimenti dà pestifero bubone oppresso si disse, ma secondo che’l Medico, et eli stesso diceva, dà gallico Tronconcello, spaventato forse dall’Esilio, tutto che assai Giovine si fosse.

Credeva la commune ignoranza, che nè i casi pestiferi, tutti coloro, che con gl’appestati pratticavano, dovessero infettarsi, e tutti gl’infetti morire. Credenza che partorì danno gravissimo, mà non senza colpa de’ primi scrittori, che della sola generalità si viddero contenti. Cosi dunque essendo già su i 25 di Giugno, e più di giorni quindeci passati senza segno alcuno di male, mentre credeva ogn’uno esser de’ passati sospetti sicuro s ‘incominciarono ad intendere di nuovo altri casi, e varii, di diverse persone, che con pestifere esiture morivano: cresceva dà giorno in giorno il numero, di modo che alli 27 di detto mese quindeci persone in un giorno morivano, apparendo a tutti qualche segno nel corpo, eccetti pochissimi che da orribili febre assaliti, in un solo giorno, ò poco più morivano.

Nascevano ad alcuni i gavoccioli, non solo nelle anguinaie, come de’ i primi dicemmo, mà ancora sotto la tetelleca e nella gola, e dietro delli orecchi, anzi à molti nel gobito, nella metà delle coscie, e sotto la piegatura delle ginocchia si viddero. Ad altri apparivano Carboni, et Antraci diversamente in tutte le parte, à chi negre a chi livide, à chi bianche, ò rosse, e tal’hora appariva una picciola broffola simile à quella eminenza cagionata dalla scottatura, che chiamiamo vescica. Fu chi quindeci, e più, sparse nel corpo nè tenne, chi meno, e chi sol una. Apparivano oltre a ciò alcune macchie, ò negre, ò livide, ò rosse, grandi, e picciole, lunghe, tonde, rade, e spesse, che parecchie, festucci, e pasticci più volgarmente si dicevano; ad alcuni solamente due, ò quattro al più nè apparivano: altri delirando correvano e la città à guisa di sfrenati cavalli, chi stimandosi essere in atto dà nemica gente seguitato, per le finestre buttavansi; chi per li tetti fuggendo, cercava lo scampo, chi per le scale rotolando precipitavasi, chi strascinandosi appresso il proprio letto, con forti colpi di bastonate battevalo, e tali, e tante stravaganze si vedevano, che niuna più.

Molti da fieri vomiti erano assaliti, altri dà flussi acerbissimi del corpo, altri dà continui, ò tramezzati sudori, ad altri usciva dalle narici il sangue in tanta copia, che dopo haverlo in tutto dissanguai o, lo lasciava alla fine morto.

Che più? A molti rizzandosegli fortemente la verga virile, nudi, et alla supina giacevano, et alcuni erano si fattamente dà sfrenata tetigine assaliti che forzati, colle proprie mani stropicciandosela, morivano di puro spasimo.

Di tal confusione fu subito la Città ripiena di maniera tale che non ad altro badavasi che di procurar lo scampo colla fuga. Ogn’uno accorto alla propria salute non solo le inferme persone, ma anche le più sane e robuste, anzi gl’Amici stessi, e Parenti fuggiva. Tanto vero, ch’alcune povere Madri in abbandono lasciavano i pargoletti lor Figli, poco curandosi toglier à questi la vita col negargli il latte, per riparare alla propria con la fuga. Altri Mariti, benché di breve con nodo indissolubile di Matrimonio ligati, le proprie mogli in abandono lasciavano per scampar il pericolo di morire col praticare: osservandosi tutta via à coloro attaccarsi più facilmente il male, che in qualsivoglia modo all’inferme persone si accostavano: nè solo gl’huomini, e donne si fuggivano, mà anche le robbe istesse, di maniera che niuno era ardito toccarle. Alcuni più accorti appartatosi buona pezza dalla città con le loro famiglie, dà ogni commercio segregati si vivevano, nè vi mancarono tal’uni, che à guisa di fiere salvatiche in solitarij luoghi abitavano.

Gl’altri di minor prudenza forniti, o che dà tanti non erano, che per le cose all’umano vitto appartenenti havessero potuto del medesimo ripiego avvalersi, ad altri non attendevano, che à continue Processioni, Orazioni, e devote adunanze, pregando Iddio, che dà quel male scapati gl’havesse, ch’eglino del continuo con tai mezzi procacciavansi. E veramente ciò non fu picciola cagione di peggior danno, e rovina, mentre quel male, che universalmente si micidiale, et orribile mostravasi in alcuni casi leggiermente appigliavasi, che poca, ò niuna molestia recandoli, i soli esercitij punto non gl’impediva. E de’ molti vi furono, che dà leggierissima ò niuna febre soprapresi, celandone i Gavoccioli, che havevano, e con gl’altri sani rimescolandosi, spietatamente gl’infettavano.

Malamente addottrinati dal Mantoano Poeta in quel verso “Solatium est miseris multos habere penates”. Strana empietà certamente si vidde universalmente in quel tempo si calamitoso, invidiando coloro tutti, che infermati si erano la salute di chi sano vivea: nè tralasciavano opera per fargli de’ loro mali partecipi. Anzi tutto che’ sani vergognosa, et enormissima attione ciò stimassero, detestandola à tutto potere, infermatosi poscia del primo pensiero si divulgavano, e dilungavano, temendo forse, che lo scoprimento del loro male non gli cagionasse la morte, con esser dà ciascheduno fuggiti, o per recarsi ad ignominia l’esser appestato, e però con ogni sforzo lo celavano.

Costoro addunque nè i pubblici uffici con gli altri frammischiandosi, la propria infirmità gli communicavano, onde  in un momento si vidde la città tutta si fattamente confusa, et in tanta miseria, ch’è impossibile il narrarlo, non che imaginarsi dà mente umana.

Il pensiero di chi era sano non era altro che fuggire l’imminente pericolo, nè ad altro badavasi. Le strade, non solo al di dentro, mà anche al di fuori della città, erano non meno di cadaveri, che di vestimenti, et altre robbe ripiene. Nè mai dà chi sano fosse, si sarebbe una minima cosa toccata, anzi à buona posta fuggivano.
Nacque in breve dalla moltitudine dell’infermi una carestia cosi grande de’ viveri, che un oua di gallina uno Carlino vendevasi. Un vaso d’acqua fresca portato dalla fontana fu pagato sino à Carlini due.

La moltitudine de’ cadaveri non potendosi sepellire cagionò tal puzzare, che più di ducento passi lontani sentivasi, ridotta la cosa à termine, che cinquanta persone il giorno ordinariamente morivano. Era più che certo, che nell’ultimo di del mese di luglio furono annoverati i morti al numero di centoquaranta. Fu insomma questa pestilenza in ogni cosa simile à quella, che nel Proemio del Suo Decamerone descrive il Boccaccio, che fu in Fiorenza nell’Anno 1349. Furono varii espedienti intrapresi, secondo, che la varietà de’ pareri, e del tempo somministravano per la, sepoltura de’ cadaveri.

Nel principio in due picciole chiese, che sono nel Borgo, una della Trinità, l’altra di S. Lucia, pochi ne furono sotterrati: incominciarono appresso a brugiarli, e dissordine peggiore ne nacque, poi che per mancanza dì legna rimanevano quei miseri corpi abronzati e insepolti, con dare di loro spiacevolissimo fetore.
Sboccarono doppo di questo due Grotti poste fuora della città, una delle quali anticamente fu chiesa di S. Agnello, et è titolo di canonicato, et in essa ben dà mille cadaveri furono riposti. Et essendo queste ripiene, nella chiesa di S. Gio. Gerosolimitano, all’incontro di essa fecero un’apertura nel pavimento. e nella ivi sottorranea chiesa del Salvatore ben mille altri ne riposero. Aprirono anche molte sepolture nelle chiese dentro la città, dove non picciolo numero di persone morte furono riposte, e molti nè campi, nelle vie, nè fossi, secondo la comodità, nel luogo ove morivano sepolti, et insepolti si viddero. Non aspettava al misero moribondo altri ufficii, ò esequie, che di due Beccamorti, che gl’erano dà vicino, aspettando l’ultimo respiro, e tal’hora semivivi, non in altro Cataletto che sopra d’una piccola scala, lo ponevano, e dove loro più comodo gli veniva li buttavano.

Fu chi fu sepolto vivo, e chi portato vivènne. I Curati tutti fuggìtivi si vedevano, e non altrimenti le confessioni ascoltavano, che quanto più da lontano si poteva, e con ogni loro possibile cautela.
I Medici di lunghe, et incerate tele si vestirono, usando diverse triache, profumi, spugne bagnate in aceto, solimato, nella parte del cuore argentovivo, ne’ polsi cauterii, vessicatorii, et altri infiniti segreti, e rimedii, secondo più studiavano, o credevano valergli, nè da tanto furono le loro diligenze, e cautele, che tutti coloro, che con gl’infetti praticarono, uno dopo l’altro non morissero. Lascio di dire, che ognu’uno guasi stolto, et uscito di se stesso, non credeva di vivere, nè pensava à morire. Non si sentivano gemiti, nè pianti d’Amici ò di parenti, che la morte fattasi a tutti su il viso toglieva le lagrime, nè altro da per tutto si vedeva, che un funestissimo e tragico teatro ripieno di confusi mucchi d’infermi, d’agonizzanti, e di cadaveri: Le strade spopolate e d’erbe ripiene: Le case dà per tutto aperte, e sbandate. Puzza, spavento, et orrore.

Se tu potrai ò mio caro lettore passar senza lagrime queste righe, ch’io più con le lagrime, che con l’inchiostro descrivo, t’havrò assai più rigido, che se perfetto stoico tu fossi. E t’assicuro, che posso della comun miseria dir col Virgiliano Poeta Enea Aeneid: lib. 2. “Et quorum pars magna fui…”

Poco tempo prima. che la narrata strage incominciasse à far delle sue, d’ordine della regia Corte si fè la numerazione de’ fuochi, e delle persone, che nella città dimoravano, et in essa benchè picciola, et angusta si fosse, più di quattro mila, e cinquecento anime furono annoverate. Parve che non altrimenti succedesse di quello che avvenne à Gierusalemme dopo la numerazione di David, vedendosi cosi popolata città in pochi giorni disfatta, e priva di abitanti, essendovi solo rimasto per poco residuo di cotanti abitatori qualch’infermo ò convalescente.

Finito il Mese d’Agosto cessò col mancamento delle persone la fiera mortalità, e per tutto il mese di settembre andava leggiermente continuando, tanto vero, che solo quattro, ò cinque al più ne morivano il giorno, e temperandosi dalle sopravegnenti piogge la Staggione, già le persone, che fuori della città appartate si erano, incominciavano ad assicurarsi ritornare alle loro proprie abitazioni: delle quali buona parte, secondo che malavveduti erano, fecero il compimento dell’opera. Si conservò il male tutto il mese di Ottobre, e Novembre, con la morte di qualche persona solamente, che rimpatriata si era.

A’ di nove di Decembre finalmente sugellò l’universale mortalità un sacerdote, che morì per essersi rimpatriato, e cessò affatto colla mortalità anche il male. I morti si calcolarono al numero di tre mila e cinquecento. I remasti cittadini sono più di mille de’ quali non più di duecento si mantennero in tutto liberi, e netti dal male; gl’altri tutti furono infetti, e poi guariti. Cessava come habbiamo detto la cruda mortalità, rimpatriati li dispersi, et assicurati con gl’abitanti, infiniti disordini, e danni nacquero dal sospetto di coloro che sani mantenuti, e conservati si erano; i quali dubitando che in tutte le cose servite per uso dell’inferme persone, e nelle case istesse non si conservassero i semi del pernicioso male, siccome diverse memorie antiche l’attestavano, cominciarono uno spurgo generale, brugiando veste, panni, lini e quanto di sospetti tenevano, che notabile interesse si vidde col tempo essere stato da cittadini, è dal pubblico, in perder vanamente tanta quantità di suppellettili; E certamente assai in ciò colparono gli scrittori, che le minute particolarità non descrivono.

Non erano molte centinaia d’Anni trascorse, che fu similmente in Venafro la Peste, e pure (ancorché non fussero per anche due età passate) niuna memoria n’abbiamo, se non che solo un inditio d’una pietra posta nell’Angolo d’Apoteca à man sinistra nella piazza del mercato verso la Parrocchiale di S. Simione, ove pessimamente intagliata. che con difficoltà et appena può leggersi, v’è la seguente barbara iscrittione,
L’Anno 1503 fò lo Morbo in Venafro
durò sino alli 1504
e moriuce 1200 Persone.

Di questa Peste fa anche mentione Gio: de Amicis famosissimo Giurisconsulto e cittadino di detta città nel Cons: 9, essere stata ancora nella vicina terra di Monterodoni nell’Anno suddetto 1504. Chi dunque anderà cosiderando lo stato della città di quel tempo dalla serie delle istorie, e dà tremuoti avanti occorsi, non giudicherà quella mortalità minore di questa ch’io descrivo.
E perchè non fu possibile farsi lo spurgo con quella esattezza, che volevano i più sani, e meno interessati, col tempo però, e coll’esperienza, i sospetti si conobbero essere stati ridicoli, e dannosi, essendosi osservate più, che vere tutte le cose, che già piacemi notare. Tutti coloro che infetti di Peste guarirono, benché poscia guariti con d’altri infermi praticassero non ricadevano nel male: due o tre solamente ricaddero, e dissero, che non gl’erano purgati bene i gavoccioli. Furono tal’uni che continuamente con gl’infermi praticarono senza pigliar male alcuno, mà non più di quattro, ò cinque, à quali (benché me n’abbiano accertato) nè meno io credo.

Un frate, che diceva haver havuta la Peste in Bologna molti anni prima, morì appestato nella narrata calamità. Non ogn’uno che praticava co’ gl’appestati subito s’appestava, mà ci voleva qualche dimora, ò strettezza. Io per grazia d’Iddio, quantunque tre, o quattro infermi havessi osservato, anche più volte nelle loro case; mi conservai sano, perchè il sospetto subito mi faceva uscir fuora, e scoverta che gli era la Peste, più non li visitavo.

S’appigliava il male cosi volentieri, che fu trovata una gallina morta col tumore alla coscia e sotto l’ascella: in altri animali però non s’è osservata cosa simile. I panni e tutte l’altre cose servite et adoperate dall’infette, e morte persone, bagnate con acqua corrente, praticandosi qualche diligenza, ò lasciate stare più notti al sereno, potevano alla libera, e senza sospetto dà tutti adoperarsi, massimamente passati gli quaranta giorni. Certissimo è che molti letti nè quali morirono gl’appestati, non furono in modo alcuno purgati, nè le loro case, e pure v’hanno abitato, e dormito le persone salve, passati però due o tre mesi, senza danno alcuno.

Tutti gl’infermi in una settimana al più morivano, e la maggior parte prima del quarto giorno: chi passava il settimo guariva, se pure non moriva di disagio: il miglior segno di salute era il sudore: molti ancora morirono quasi di subito in poche ore. Coloro à quali s’appligliava il male, è comunicavasi, per lo più cadevano infermi prima del settimo: furono molti à quali non si scopriva sino à venti ò trenta giorni, mà à tutti appariva prima delli quaranta giorni. Onde chi passava questo termine era libero dal sospetto.
Pane, vino, formaggio, et altro di commestibile hò io pigliati dà persone infette, facendole porre in disparte, e quelle partite dopo una hora più, ò meno, ho liberamente toccate e mangiate. Il medesimo è anche succeduto ad altri.

Molte città, e terre, che furono avvertite a non dar commercio à persone sospette, e forastiere, furono libere, et esenti dal su detto male. E del contorno vi furono S. Germano città, S. Elia, Cervaro, Presenzano, Vairano, La Pietra, Prata, Pratella, Lo Gallo, Colli, et altre Terre. Patirono assai S. Vittore, S. Pietro in fine, Sesto, Piedimonte d’Alife, Capriata, Monteroduni, Isernia, Scappoli, Castelnovo, Viticuso et altre terre. Lo Stato di Sora, con quello d’Alvito si mantennero intatti. Et havendo riferito quant’occorre in tempo cosi calamitoso, piacemi per sodisfattione di qualche scientiato, toccar l’origine di si fiero evento, e benché sappiasi comunemente attribuirsene l’origine al Vicerè di quel tempo, che diede ingresso in Napoli nel torrione del Carmine ad alcuni soldati spagnoli, che fece venire dalla Sardegna sospetti di Peste, senza farli purgar la quarantana prima del sbarco; ad ogni modo dirò essere possibile, e per ragione, e per esperienza, che possa dà par se questo male introdursi senza comunicanza alcuna.

Imperciò che se questa fusse necessaria, necessario ancora sarebbe, che il primo Huomo Adamo fusse stato infetto, il che non è dà credersi, e dà concedersi; dunque dovrà dirsi, che qualche corpo umano, ò per cattive dispositioni d’umori o per celesti influenze, ò del tutto, che cagiona la moltitudine, e strettezza de’ gl’huomini, come succede, per lo più negli eserciti de soldati, è per altra causa simile, che, poi si comunica ad altri.

Or perchè dunque ciò che all’hora succedette à costui, non sarà in altro tempo possibile ad un’altro? Di più sano de’ gl’altri mali, che si communicano, che pure senza communicanza veggiamo à gl’huomini sopravvenire: oltre, che si deve sempre ricorere alla caggione naturale, quando può haversi senza cercar le miracolose, et esterne. Dunque dirò liberamente essere stato si fiero male cagionato dà quell’orribile tremuoto, che fu due anni prima, quando à 24 Luglio del 1654 due ore prima di farsi giorno s’intese un orribile fremito, non altrimenti, che se dà repentina, e copiosa grandine fossero i tetti percossi, seguendo un gran tremito di cose, il quale quantunque poco spatio di tempo durasse, ad ogni modo di gran considerazione e terrore fu à chi l’intese.

Del quale accaduto tremuoto fra l’altre memorie in una piccola cartosciella trovo registrato tutto, benché in breve, nel modo che siegue ”Alli 24 luglio, giorno di venerdi, ciò è la notte antecedente. Anno 1654. Soccedi un orribilissimo terremoto in detta notte ad hore cinque, e mezza, tanto che tutta la città si commosse, et andarono nella medesima notte à S. Nicandro, e la mattina fu fatta una processione generale, e la notte seguente, e nove quasi altre notti generalmente dormivano in campagna per paura di replica. Etate num: 27 anni”.

Qui per grà d’Iddio nè fece alcun danno, danneggiò si bene le parti di Sora e d’Atino; Onde possibil cosa stimo, che dà i cattivi e venenati aliti par all’hora dalla terra usciti, sia poscia il suddetto male proceduto, essendo questa una delle più potenti cagioni, che dà fisici s’annoveri.

Seguì l’anno appresso 1655 una generale infermità de Bruti ch’anno l’unghia fessa, tra quali restarono maggiormente danneggiati i Bovi, de’ quali ne morirono gran numero, e de selvaggi molti Cignali e Caprij zoppi per gli boschi si viddero, e nè furono dà pastori pigliati. Fu questa infermità, conforme nè bovi fu osservata la medesima appunto, che dal dottissimo Fracastorio si narra succeduta à suoi tempi Lib: 1 de Contag. Cap. 12 ibi “Referemus etiam insolitam Anni 1514 contagionem, quae in Boves solum irrepsit visa primo circa foriulensem tractum, mox sensim, et ad eugeneos delata; atque inde in agrum nostrum Abstinebat Bos a cibo sine causa alia manifesta; spectantibus autem in eorum ora babuliis asperitos quaedam et parvae pustulae peripiabantur in palato et ore toto. Separare protinus oportebat infestum a reliquo armento alioqui totum inficiabatur, paulitim labes illa descendebat in armas, et inde ad pedes, ac quibus ea permutatio fiebat plurima pars interibat”.

Pur essendovi di nuovo à nostri tempi accaduto, e supponendo principalmente l’occorso tremuoto cagione della futura Peste, si può per segno probabilissimo accettare la sua detta Mortalità de Bovi, e Bruti la quale non solo i Medici ma anche i Poeti, così moderni, come antichi vogliono essere solita precedere.

Onde tutto rapportato dà Aetio de Re medica Cap: 95. Lasciò scritto “Futuram pestilentiam sagax ingenium et temporum observationes ex Brutorum infortunio te deprehendet. Si enim aeris vitio gliscit pestilentia priores ares violibit: Sin ob terrarum exalationes Brutorum prima calamitas”.

Et Omero volendo introdurre la Peste dà Apollo mandata nell’esercito greco fece quella assaltare primieramente i cani, et i muli
“Primum letiferis petijt Deus agmina telis
Mulorum, atque canum, tandem discrimine nulla
Ipsos Argolicos iaculij invasit acerbis.

E ragionevolmente ogni volta, che il male viene derivato dà cattivi aliti che dalla terra esalano, offende prima i Bruti, che gl’huomini, poi che quasi pascendo carponi vengono più immediatamente à partecipare, e ricevere la mala qualità communicatagli.

Che poi il tremoto sia sempre segno di sinistro accidente si raccoglie dà Plinio nel li6: 2 Cap. 86 ibi. “Nunquam Urbs Roma tremuit, ut non funeri eventus alicuius id pronuncium esset”.

E che soglia cagionar Pestilenza convengono tutti i Filosofi, e Medici, onde a proposito di questo dal sopracitato Fracastorio si rappresentano quei versi:
“Ipse etiam Tellus, cui non ignava futuri
Quum tremuit, atque intus gravida suspiras
Signa dabit. Tremuere Orbes, et ab alvo vertice toto
Formidavit Athos, temuitque sub Equore Nereus”.

E più chiaramente Seneca nel lib. 7 Natural questionum Cap. 26 ne lasciò scritto:
“Diximus solere post magnos terrarum motus pestilentiam fieri: Nec id mirum est: multa enim mortifera in alto latent. At Aer ipse qui vel terrarum culpa, vel pigritia et aeterna nocte torpescit gravis haurientibus est, vel corruptes internorum ignium vitio cum e longo situ emissus, purum hunc liquidumque maculat, ac polluit, insuetumque ducentibus spiritum after nova genera morborum. Respondeo quod aquae inutiles, pestilentesque in abdito lateant; ut quas nunquam usus exereat, nunquam aura liberior verberet: Crassa igitur, a gravi caligine, sempiternaque tutae nihil, nisi pestiferum in se, et corporibus nostris contrarium habent. Aer quoque, qui admixtus est illis quique inter illas paludes iacet, cum emersit late vitium suum spargit, et aurientes necat. Facilius autem Pecora sentiunt, in quae Pestilentia incurere solet, quo avidiora sunt, aptoque Coelo plurimum utuntur, et Aquis quarem maxima in pestilentia culpa est”.

E pur poteva quant’habbiam narrato bastare per la miseria di questa infelice città, di cui niun altra forse poteva ricordarsi, o credersi più infelice. Ma gli avvenne di peggio, poichè nell’anno susseguente 1658 o che venisse cagionato dalle continue piogge nell’Inverno senza ritegno, et à gran copie cascate, ò da altro accidente crebbe oltremodo un fiumicino d’acqua, che nascendo nel capo della spatiosa, e non men vaga et aperta pianura, passa davanti all’Hosteria di Triverno, da cui Tiverno vien detto, voce forse corrotta da Tabernula, che in buon senso altro non vuoi significare che parva taberna.

Et essendo il letto per dove anticamente correva tutto guasto e ripieno, cominciò l’acqua a scorrer nella soggetta e sopr’accennata vasta pianura facendovi larghe e spatiose paludi. Era antica fama, ciò dovesse esser cagione di mortalità, secondo quello dicevasi essersi altre volte sperimentato. E benché niuna testimonianza degna di fede se n’avesse, e si parlasse più tosto a caso, che con fondata sodezza: ad ogni modo non deve la suddetta antica, benché vulgar fama esser in tutto stimata affatto priva di fondamento, se non in tutto, almeno in parte più che sodo.

Mentre di consimil osservatione dal Dottissimo et Eruditissimo Poeta Pontano nella sua Meteora, dove nel proprio Capitolo De Rio Venafrano, descrive diligentissimamente le proprietà, et effetti di questa sopramentionata Acqua nelli seguenti bellissimi versi, che per curiosità de’ virtuosi già che si discorre dell’Acqua, m’è parso qui trascriverli:
Decurrit tenui labens scaturigine rivus
Rupe Venafrana, fessus quem saepe viator
Incusat gelidos raptim occuluisse liquores.
Saepe repentinos fracto de monte tumultus
Erumpentis aquae timuit sub vomere taurus.
Ipsa suas nunc dives opes Natura profundit,
Nunc retrahit defessa manu, seque ipsa remittit.
Hic lectis fluitare amnem sua ab ubere mater
Laetatur; dolent hie omnem obriguisse liquorem.
Materiam saepe ingenio, instrumenta vel artis
Deficere; ipse operis prudens dolet auctor, et actor
Nunc ergo ingenteisque animos, viresque valentes
Praesefert natura opiibusque, e robore pollens
Nunc inculta situ, longague affecta senectu
Languescit, propriumque negat retinere vigorem,
Dum reparat vires, renovataque robora firmato
Ipsa suos nunc plena sinus, uterumque relaxat,
Quique vigor fuit ante, refert se ad munera nota
Nec vero casusque inopes cessantiaque arma
Naturae, nec rursus opes luxumque fluentem,
Non hominum, non alitum genus et pecus et grex
Squamigerum sensere gravi et doluere ruina;
Hinc etenim miseranda lues mortalibus, hinc et
Dira fames; saevitque malum per vulnus utrumque.

Dal che chiaramente si raccoglie esser più che vero ciò che per tradizione habbiam dà gli antichi esser l’abondanza di dett’Acqua segno manifesto e sperimentato di mortalità e di carestia. Fu dunque stimato ottimo espediente nettar bene il letto del Fiume, e riparar gli luoghi sconci, che fu causa di molto strepito, benché senza effetto alcuno, colpandosi non solo la negligenza del Governo di quell’anno, ma anche l’impotenza del pubblico, poiché grossa spesa ne bisognava. Ma sopra tutto incolparono alcune private passioni di cittadini che godevano veder allagate le possessioni soggette de’ loro rivali, e nemici, per grave ch’erano, sono, e saranno tra di loro. Incominciavano già a venire i bollori dell’Estate, e s’appressava il tempo del soprastante danno, che tutto fu passato in discorso, e discordie de’ poveri: divulgando gl’appassionati non doverne seguir danno alcuno, ma esser tutto diceria, et inventione di coloro, che pretendevan a spese del pubblico toglier l’acqua che dannificava i proprij territorij.

Circa la metà del mese di luglio cominciarono a farsi sentire, et apparire maligne, e pessime febri le quali crescendono nel seguente Mese d’Agosto ammazzarono molti, e come che nel principio assalissero i più nobili, che i plebei, col tempo però non eccettuarono niuno, e fu infirmità si grande e si generale, che in tutta la città non s’annoverarono tre, o quattro persone, che inferme non fussero state, e più di duecento ne morirono. Li forestieri che qualche tempo fussero in questa città dimorati, ne rimanevano dal male, che generalmente correva, infermi, e morti, quando per altro nelle terre del contorno si godeva da tutti ottima salute. Nell’eguaglianza però, siccome nel passato contagio patì assai più la plebe, che la nobiltà, cosi in questo succedente infortunio assai più i Nobili, che i Plebei patirono, che più de gl’altri ò morirono, ò più gravemente s’infermarono. Et è ragionevole che ‘l male cagionato da cattiva aria si senta più dà chi ha il corpo più tenero, e delicato, come quello, che s’appiglia per comunicanza più offende la Plebe, per esser più scarsa di giudizio, e di potere, per la fuga. Durò l’infermità sino all’inverno seguente, fu poi nettato l’Alvo dell’Acqua, che riposta al suo luogo non diede altra molestia, e si visse appresso per gratia d’Iddio sanamente.

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Gennaro Morra

LA PESTE DEL 1656


1 – Una fonte dell’epoca

L’apposizione della lapide con la trascrizione dell’epigrafe che ricorda la peste del 1656 a Venafro, ci offre l’occasione per rievocare un evento, che fin ora era rimasto ignorato nei suoi drammatici particolari, per mancanza di documenti relativi.
Il rinvenimento occasionale di un manoscritto dell’epoca, dovuto allo storico locale Ludovico Valla e trascritto da Giovanni Antonio Monachetti, oggi ci consente di conoscere, non soltanto la già nota entità di perdite umane ricordate dalla lapide, ma i tragici momenti che l’accompagnarono.

All’epoca dell’epidemia il Valla, per sua affermazione, era uno dei sei medici di cui disponeva Venafro. Il ritrovarlo nel 1677 vicario vescovile e, quindi, primicerio della Cattedrale, è dovuto ad una tardiva vocazione sacerdotale.
La sua narrazione è puramente cronachistica; rari, quindi, sono gli accenni alla situazione storica generale del momento e a quella economica e sociale della città, nel cui contesto va osservato il fenomeno.

2 – Stato della città

Quando si diffuse la peste, nel Regno di Napoli si stavano ancora soffrendo i postumi dei moti provocati da Masaniello nove anni prima, allorché il viceré Arcos, ripristinando la gabella sulla frutta, aveva dato un estremo giro di vite al regime fiscale ormai giunto a livelli di intollerabilità. Questa nuova imposta a Venafro fu particolarmente avvertita perché colpì il mercato interno ed esterno degli ortofrutticoli, che costituivano una delle sue maggiori ricchezze. Infatti fu tra le città che nel novembre di quell’anno si sollevò contro il regime viceregnale per essere poi, nel marzo successivo, ridotta all’obbedienza con la forza dal principe di Roccaromana. Di conseguenza dové subire la presenza di un contingente di armi regie, anche per difendersi dagli assalti del capopolo Papone, il quale tentava di riconquistarla alla causa antiregia, che il duca di Guisa e Gennaro Annese stavano combattendo a Napoli.

Prima ancora, nel 1607, la città era stata costretta a rinunziare alla propria autonomia per pagare i debiti contratti allorché, con enormi sacrifici, si era riscattata dalla soggezione feudale del marchese Spinola e si era proclamata in Demanio.  Fu perciò venduta a don Michele Peretti (nipote dell’ormai defunto Sisto V) dal quale passò poi a sua sorella Maria Felice, moglie del principe Savelli.  Nel 1646, dieci anni prima della peste, fu indotta a contrarre un nuovo debito di 1.500 ducati per estinguere gli impegni assunti allorché dovette versare al Governo spagnolo uno dei tanti « donativi » e nel 1649 ancora una volta, per alcune necessità, i suoi amminístratori la indebitarono di 2.191 ducati.
Siamo, inoltre, in un’epoca in cui, mentre le Università lottavano contro l’assolutismo baronale per difendere i diritti loro spettanti in forza di antichi usi consacrati in vecchi e nuovi capitoli statutari, il popolo era oppresso da un regime di imposizione indiretta che  i gabellieri rendevano ancor più gravoso con i rigori delle riscossioni. Per giunta, le guerre che la Spagna stava conducendo in Europa, oltre a mezzi finanziari, richiedevano uomini che, in larga misura, venivano arruolati nel viceregno napoletanoLa peste giunse dunque in un momento in cui la crisi economica e il regime feudale avevano, in un secolo e mezzo di malgoverno, assopite le coscienze e prostrati gli animi del popolo minuto in uno stato di rassegnato fatalismo.  E fu tra il popolo, da quanto narra il Valla, che il morbo mieté il maggior numero di vittime, mentre i benestanti, avendone le pos¬sibilità, trovavano asili sicuri allontanandosi dalla città.

3.    – Cause, sviluppi e rimedi

A parte le peregrine cause geofisiche alle quali il Valla attribuisce l’origine del male, è noto che esso si diffuse per contagio, essendone stati portatori sulla penisola italiana un contingente di soldati spagnoli sbarcato a Napoli dalla Sardegna, dove il morbo imperversava da tempo. Assai discussi, invece, restano i motivi che ne determinarono il diffondersi così rapido ed esteso per la intempestività degli interventi.
Tra gli storici ha trovato largo credito l’opinione che nella capitale, e di conseguenza anche nelle province, essi furono di indole politica.  Giuseppe Coniglio non esita ad affermare che l’epidemia fu ignorata e volutamente trascurata, né mancarono di quelli che parlarono di una peste di Stato per insinuare il sospetto che fosse stata procurata dal Viceré conte di Castrillo, per “decimare e svigorire con un contagio mortalissimo un popolo irrequieto e rivoltoso”.
Sta di fatto che al verificarsi dei primi casi non furono adottati rimedi opportuni che ne limitassero la diffusione.

Soltanto l’8 giugno furono date alla Deputazione di Sanità di Napoli le prime istruzioni profilattiche, tra cui quella di isolare la città. Ma il male si era ormai diffuso ed il venafrano Francesco di Prova, così come altri innumerevoli forestieri, avevano già avuto il tempo e la inconsapevole occasione di andare ad acquisire i germi del « morbo corrente » (come lo definivano le ordinanze nelle quali non si fa mai uso della parola «peste ») e farsene portatori nelle proprie contrade. I primi sintomi del male, infatti, a Venafro erano stati avvertiti fin dal gennaio, quando il Di Prova da Napoli vi portò il contagio e ne morì dopo pochi giorni, assieme alla moglie ed al figlio.
A quell’epoca le condizioni sanitarie a Venafro non può dirsi che fossero del tutto carenti.  Dal Valla si apprende che la città disponeva di sei medici e sappiamo anche che in essa funzionavano ben quattro piccoli ospedali patrocinati dalle confraternite laicali del SS. Rosario, di S. Nicola, dell’Annunziata e di S. Antonio. Fatto ancor più rimarchevole è che, già da un secolo, il Comune assumeva annualmente, con regolare retribuzione, un dottore in arte medica per l’assistenza gratuita ai cittadini. Un documento notarile del 1625 ci dà notizia dell’assunzione triennale di ben quattro medici «per publico beneficio et servitio particolare de poveri cittadini».

Circa le terapie, la prevalenza di infusi che compaiono in un elenco di medicinali che l’aromatario Virgilio di Accindo fornì ad una malata, dà la misura di quanto inadeguata fosse la farmocopea dell’epoca per fronteggiare un male a così rapido decorso, che stroncava l’ammalato nel giro di 10 o 15 giorni. Né mancò il ricorso a sistemi empirici che i singoli abitanti adottavano nelle forme più svariate, nonché a studiati stratagemmi per isolarsi dal comune consorzio. « Alcuni più accorti – narra il Valla – appartatisi buona pezza dalla città con le loro famiglie, da ogni commercio segregati si vivevano…. ». Tra costoro vi fu il vescovo Ignazio Giacinto Cordella il quale abbandonò la sede diocesana e si rifugiò presso l’Abbazia di S. Vincenzo al Volturno. Dove trovò la compiacente ospitalità dell’abate commendatario, card. Sforza, suo amico personale.
In molte città, per isolare il male o per isolarsene, si arrivò a sbarrare non soltanto singole abitazioni ma talvolta anche interi quartieri, murando gli accessi e – come nel caso di Napoli – sottoponendoli «a stretta ed assidua vigilanza».
A Roma, in una sola notte (23 giugno) fu isolato tutto il quartiere di Trastevere. Espedienti del genere non mancarono a Venafro dove un intero tratto dell’attuale via Leopoldo Pilla fu chiuso al traffico ricorrendo al sistema predetto.
Come si ricava dalla narrazione del Valla, nell’anno della peste uno dei tre sindaci era Gian Domenico Reglieri che abitava appunto nella citata strada presumibilmente all’attuale niumero civico 34, e deve ritenersi che, avvalendosi dell’esercizio di un pubblico potere, gli fu facile proteggere la propria famiglia dai pericoli del contagio, isolandola dalla massa della popolazione infetta.
La testimonianza di una così radicale forma di protezione è giunta fino a noi perché legata ad un episodio che fu considerato soprannaturale e celebrato per miracoloso, fino ai primi anni del Novecento, dalla famiglia che ne era stata beneficiaria e presso la quale si è tramandato di generazione in generazione.
Si narra, infatti, che nel mentre si muravano gli accessi al tratto di strada, inavvertitamente vi rimase segregato un vecchio mendicante con il suo cane e, a sera, scopertane la presenza, fu dai Reglieri ospitato e lasciato a trascorrere la notte su di un giaciglio presso il camino della cucina.  Ma all’indomani nessuna traccia si rinvenne dell’ospite e del suo cane, i quali, nonostante lo stato di clausura in cui era stato posto il rione, risultarono irreperibili.

Si parlò, quindi, di prodigio e nel mendicante si volle identificare S. Rocco, protettore degli appestati.  Alla sua taumaturgica gratitudine per l’ospitalità ricevuta, fu attribuita l’immunità dal morbo di cui risultò poi gratificata l’intera famiglia che, per riconoscenza, fece erigere al Santo un altare nella chiesa di S. Sebastiano.
Una precauzione altrettanto singolare l’adottò il notaio Francesco Massarelli, il quale non di rado redigeva gli atti all’aperto per evitare di introdurre nella propria casa elementi sospetti di peste e tampoco si recava presso il loro domicilio.  Il testamento di Bernardino di Prova, «infirmum infirmitate contagiosa», lo raccolse avanti al castello baronale; quello di Isabella di Tuccio, anch’essa affetta da morbo contagioso, lo ricevette nella via di Ferrarella mentre era «iacente super terram». Costanza Cassola, «infirma corpore» l’ascoltò mentre stava seduta dinanzi alla porta della sua abitazione.  E i casi si ripetono in tutto il suo Protocollo dell’anno 1656
Di fronte all’ineffìcacia delle precauzioni igieniche e profilattiche che non avevano impedito la morte di ben 15 persone in un sol giorno (27 giugno) e agli infruttuosi rimedi tentati da una Deputazione della Salute appositamente nominata, si tentò il ricorso alla grazia divina e il 2 luglio i citati sindaci, e gli eletti, nonché il procuratore del vescovo assente, don Carlo Pusser e il procuratore del Capitolo della Cattedrale don Francesco Ricciuto, si riunirono nella basilica di S. Nicandro, per fare solenne promessa e giuramento con atto pubblico, di erigere due statue d’argento, del valore di 600 ducati ed oltre, ai rispettivi taumaturghi se questi avessero impetrata ed ottenuta da Dio la liberazione della città dalla peste. Ma neanche i santi si mostrarono sensibili ai disperati appelli e alle generose promesse, tanto che i decessi cominciarono a contarsi ad una cinquantina al giorno e, per asserzione del Valla, il 31 luglio morirono ben 140 persone.
Quali, dunque, i motivi per cui tanta parte della popolazione rimase vittima del morbo?  Dalla narrazione dello stesso Valla non è difficile dedurre che la componente psicologica, esprimentesi in un senso di panico ossessivo, fu l’ostacolo maggiore ad un disciplinato rigore organizzativo. Se si pensa alle processioni, supplicatorie di interventi divini, così ricorrenti nei casi di grandi calamità; alle frequenze assembleari per riti religiosi; alla unicità del lazzaretto dove, alle porte della città, convivevano i convalescenti con i morienti, è agevole dedurre quanto peso abbiano avuto simili imprevidenze nel determinare le proporzioni della mortalità.

4 – Le notizie di Ludovico Valla

Il quadro della situazione locale tramandatoci dal Valla presenta particolari di estrema drammaticità, ai quali il giovane medico dimostra di avere assistito con una sensibilità resa più acuta dal pericolo che egli correva per la sua stessa persona
L’autore ci presenta una piccola città che, assalita dall’improvvisa calamità, si trova a dover vivere in un regime di emergenza nel quale non vi è spazio per altri provvedimenti che non siano finalizzati al rimedio del comune pericolo. L’unico governo sembra essere quello della  Deputazione della Salute che ordina la quotidiana spazzatura delle strade; impedisce l’ingresso e l’uscita di persone dal perimetro delle mura, facendo presidiare le porte della città; trova il modo, con elevati salari, di reclutare becchini o monatti.
Un improvviso arresto dei casi di mortalità, succeduto a questi primi rimedi, determinò un clima di ottimismo, dando luogo al convincimento che si fosse trattato di un artificioso allarmismo, destato dai medici per ragioni di guadagno e da quanti altri potessero avere interesse ad una situazione di panico.  Di ciò la popolazione fu turbata e con essa gli operatori agricoli che assistevano impotenti all’abbandono in cui versavano i campi nell’imminenza dei raccolti, dato che la manodopera forestiera, che di solito affluiva a Venafro per la mietitura, se ne teneva lontana.
Ma il 25 giugno si ebbe qualche nuovo caso e i quindici decessi verificatisi il giorno 27 diedero a tutti la consapevolezza della tragica realtà.
Il Valla narra di persone che « delirando correvano per la città a guisa di sfrenati cavalli » o si lanciavano dalle finestre e dalle scale o fuggivano per i tetti, invasi dalla folle sensazione provocata dal male, di essere inseguiti e di altri ancora nei quali, come effetti secondari prodotti dalla peste, si riscontravano fenomeni emorragici, di vomito o di satiriasi.
Le strade offrivano uno spettacolo raccapricciante con mucchi di panni infetti confusi ai cadaveri che vi erano stati abbandonati perché i sepolcreti delle chiese non erano più sufficienti a riceverli. Ormai non si riusciva più a controllare la situazione.  La media dei decessi era di 50 al giorno e nel solo 31 luglio, come innanzi detto, se ne erano contati ben 140.
Nella prima fase dell’epidemia erano state utilizzate due piccole chiese del borgo fuori la prima cinta muraria: quella della Trinità e quella di S. Lucia, quest’ultima annessa all’ospedale e nella quale venivano sepolti, per antica consuetudine i forestieri; ma una volta sature, si ricorse alla cremazione dei cadaveri con il risultato che i corpi, non consumati interamente per insufficienza di legna, venivano abbandonati sul luogo del rogo, «con dare di loro spiacevolissimo fetore». Quindi si ricorse a due grotte, dove furono ammucchiati un migliaio di cadaveri.  Eguale numero fu inumato nella chiesa
del Salvatore, sottostante alla cappella commendatizia di S. Giovanní Gerosolimitano, ubicata anch’essa nel borgo e precisamente nell’attuale via Pretorio.
Quando le chiese periferiche non offrirono più ricetto, si videro cadaveri abbandonati nelle strade e nei campi. « Non si sentivano gemiti – scrive il Valla – né pianti di amici o di parenti, che la morte su ‘l viso toglieva le lagrime né altro da per tutto si vedeva che un funestissimo e tragico Teatro ripieno di confusi mucchi d’infermi, d’agonizzanti e di cadaveri.  Le strade spopolate e d’erbe ripiene.  Le case da per tutto aperte e sbandate.  Puzza, spavento et orrore.”
Alla fine di agosto la morìa andò scemando e in settembre i decessi erano di quattro o cinque al giorno, non per attenuazione dell’epidemia ma perché la falce della morte non trovava che poche vittime da colpire in una città ormai resa deserta e nella quale soltanto con le piogge autunnali cominciarono a rientrare i primi fuggiaschi.

5.- La fine e gli effetti

Nel Regno di Napoli la pestilenza fu dichiarata ufficialmente scomparsa l’8 dicembre, ma a Venafro, ci dice il Valla, l’ultimo decesso si ebbe il giorno successivo.
L’annunzio ufficiale del ritorno della salute pubblica era stato festeggiato, durante il mese di dicembre del 1656, in tutte le località colpite e a Napoli l’evento fu promulgato a mezzo di banditori, con tre giorni di luminarie ed un solenne ufficio religioso nella chiesa di S. Maria di Costantinopoli, alla presenza del Vicerè e di tutta la Deputazione municipale. A Venafro non fu sciolto il voto delle due statue d’argento ma, stando ai numerosi precedenti storici riferiti a casi di calamità pubbliche, possiamo immaginare che il rito si sia svolto nella basilica dei Santi protettori, a conclusione di una processione di ringraziamento.
Se si potesse disporre dei dati relativi alle singole città, raccolti per la numerazione del dopopeste, saremmo in grado di sottoporre ad esatta verifica le perdite di vite umane tramandateci dalla lapide commemorativa e dal manoscritto del Valla, il quale denunzia 3.500 morti e 1.000 sopravvissuti.
A pericolo scongiurato, nel 1658 era stata ordinata la numerazione dei fuochi per accertare l’effettiva consistenza della popolazione superstite. Tale numerazione fu eseguita dai Comuni in base alle rivele dei capi famiglia e non col sistema ostiario, che prevedeva la visita, casa per casa, da parte dei numeratori appositamente inviati dal governo vicereale nelle singole città. E’ evidente che un censimento così fatto non offrì risultati veritieri per la tendenza delle famiglie a sottrarsi alla numerazione, onde evitare la conseguente imposizione fiscale. Tanto è che, ai fini di tale imposizione, il censimento non fu preso in considerazione e nel 1669 si avvertì la necessità di disporne un altro che fu, appunto, effettuato mediante rilevazione ostiaria, considerato che il precedente era stato definito, nella quasi generalità dei casi, « fraudolento ».

I documenti relativi a quest’ultimo censimento sono, purtroppo, andati perduti nel noto incendio del 1943 alla Villa Montesano presso S. Paolo di Belsito né è possibile il ricorso ai registri parrocchiali perché non pervenuti fino a noi.  In mancanza di dati ufficiali, mi sono avvalso delle notizie che i Processi Concistoriali, celebrati in occasione delle nomine dei vescovi, offrono in materia di popolazione urbana. Da essi si ricava che nel 1635, venti anni prima dell’epidemia, Venafro contava 900 famiglie. Può, pertanto, considerarsi esatto il dato di partenza che attribuisce a Venafro 4.500 abitanti al sopravvenire della calamità.  Quel che lascia perplessi è il dato riferito al termine ad quem, attestato dal Valla, ove si consideri che la stessa fonte vaticana, per il 1667 – a undici anni dalla calamità, reca che Venafro città contava 350 fuochi e 1.800 anime.  Inoltre, dalla tassazione dei fuochi del 1669 riportata dal Giustiniani risulta tassata per 576 fuochi, che è come dire intorno ai 2.800 abitanti. Tanti, cioè, da lasciar dubbiosi sulla possibilità di un così rapido ripopolamento nel corso di una dozzina di anni. Sorge pertanto il sospetto che il Valla, al quale, per sua affermazione, si deve l’iscrizione lapidea, volle, con i suoi mille superstites, per un comprensibile e diffuso spirito di vittimismo, alquanto esasperare le dimensioni della tragedia, probabilmente accreditando i risultati della numerazione « fraudolenta » del 1658, della quale, pur contestandosi la fedeltà, non se ne poteva negare l’ufficialità. Cosmo De Utris, riferendosi ai dati forniti dal Valla dice che “dalle mortalità seguite né luoghi vicini sembra qualche esagerazione nella lapide”. Lo storiografo locale Cosmo De Utris, riferendosi al dato fornito dal Valla dice che “dalle mortalità seguite né luoghi vicini, sembra qualche esagerazione nella lapide”.
Non c’è dubbio, però, che la consistenza demografica ne uscì notevolmente assottigliata e la perdita di vite umane  rimane tuttora la più catastrofica che la cittadina abbia mai subito.  Quanto ai sopravvissuti, è da notare che, così come in tutte le altre località colpite, il tessuto sociale non andò indenne da modificazioni nelle sue componenti con l’aumento della povertà ed il contemporaneo sovvertimento di situazioni finanziarie dalle quali sortì una nuova classe di arricchiti ed una pseudo-borghesia assai inferiore, per senso civico, allo scomparso patriziato cittadino. Ed accanto alle fortune dei saccheggiatori di case appestate, vi furono incrementi patrimoniali derivati da lasciti testamentari e consistenti elemosine, dovuti al terror vacui che precede le ultime ore di vita o a spontanee determinazioni suggerite dalla gratitudine per lo scampato pericolo.
Ad avvantaggiarsi della congiuntura furono soprattutto le chiese, i conventi e le confraternite, che videro affluire alle proprie istituzioni masse di beni dai testamenti di moribondi terrorizzati. Di conseguenza i patrimoni degli enti religiosi, specialmente quelli dediti alle attività caritative, crebbero in capitali e in beni immobiliari. Negli Annali del De Utris, sotto l’anno 1675, a proposito della peste si legge: « In questa occasione andiedero a finire molte famiglie e circa questi anni molta robba piombò in man di Chiesa ».
Di quest’ultimo fenomeno si trovano frequenti testimonianze nelle più volte citate scbede notarili della Biblioteca Comunale.  Da un atto registrato nel Protocollum del notaio Orazio Massaregli, ad esempio, si ricava che tale Alessandro Tubino era morto, al tempo della peste, assegnando alla confraternita di S. Antonio di Padova una casa ubicata in parrocchia di S. Giovani in Platea.  I numerosi beni di Nicandro e Marcantonio Valletta, per essere costoro morti in età giovanile e quindi prima di avere eredi, furono devoluti al monastero di S. Chiara, in adempimento della volontà che il loro dante causa, lo zio Pasquino Valletta, aveva contemplata nel proprio testamento. L’istituzione che ne trasse i maggiori benefici forse fu la Confraternita dell’ Annunziata, verso la quale si rivolse la riconoscenza degli scampati, tanto che, nel 1665, fu redatto un memoriale « per li legati fatti dà Benefattori dal Contaggio fino a detto tempo, affine di tassarsi »
Anche se non si trattò sempre di lasciti a titolo universale, in tutti i testamenti rogati durante la peste, non mancavano mai le disposizioni pro anima, determinate da una religiosità disperata e dalla comprensibile psicosí della morte che si era impossessata dell’intera popolazione.  A partire dal giugno, gli atti di ultima volontà che si leggono nei due citati protocolli notarili, si susseguono a decine, lasciando pochissimo spazio agli affari di commercio.

Non ci sono pervenute le schede dei notai Luciano di Penta e di Claudio Polito Pilla  esercenti in Venafro durante la peste, ma i testamenti rogatí da Silvestro Basile e Francesco Antonio Massarelli, nel secondo semestre del 1656, furono 60, di cui 36 datati dalla fine di giugno a tutto luglio, cioè in quel mese in cui la mortalità si presentò in tutta la sua più acuta violenza.
Gli effetti della disastrosa epidemia, in tutto il regno di Napoli, furono affrontati dal viceré conte di Castrillo con provvedimenti intesi a sollecitare la ripresa delle attività; a contenere i prezzi che salivano per la scarsezza di merci e di mano d’opera; a condonare le imposte dirette fino a tutto l’aprile 1657 e a ridurle per il periodo successivo.
A Venafro, quei provvedimenti soltanto in limitata misura riuscirono a risollevare una popolazione ed un’economia che la peste aveva colpite nella loro già precaria contingenza, dopo che l’agricoltura, fonte primaria di ricchezza, era rimasta senza braccia e senza risorse e dal resoconto delle rendite e dei proventi riscossi in quell’anno dal feudatario Giulio Savelli si ricavano alcuni dati che possono essere considerati emblematici: il giardino e l’orto della Corte non fu possibile affittarlo e rimase, pertanto, improduttivo; la starza di Schito ed altre che normalmente davano una rendita di 320 ducati, rimasero anch’esse incolte; anche l’industria tessile della balchiera risentì del periodo di inattività, tanto che, per l’intero anno produsse un ricavo di appena 16 ducati e 4 carlini; la Mastrodattia, infine, che era stata appaltata per 380 ducati « per causa del contaggio non s’è esercitata e n’è pervenuto ducati 192 e 4 carlini ». Dai mulini baronali, che l’anno precedente avevano prodotto un gettito di 700 tomoli di grano, in quell’anno se ne ricavarono soltanto 344.

Finito il pericolo l’università, in regime feudale, nulla o poco poté per risollevare la città dalla miseria.  Il vescovo, fino al 1666 visse nella impazienza di abbandonare l’ormai depauperato beneficio per altri meglio prebendati, che assillantemente sollecitava al suo protettore cardinale Barberini e in tale attesa, dava della diocesi un quadro estremamente desolante nelle lettere ad limina del 27 marzo 1659 e 5 ottobre 1665.
Prospettava, infatti, che le rendite delle confraternita e dei luoghi pii della città erano « in enormissima diminuzione et iactura » in quanto, per deficienza di lavoranti, il loro patrimonio terriero rimaneva per lo più incolto e ínutilizzato.  Aggiungeva, poi, che il clero diocesano, rimasto falcidiato di ben 40 sacerdoti, non era in condizione di poter soddisfare i molti legati e le pie disposizioni che durante e a causa della peste erano considerevolmente aumentati.

A conclusione del manoscritto del Valla, leggiamo che « si visse appresso per gratia d’Iddio sanamente », ma, a parte il benessere fisico, in tutto il Regno, secondo quanto ebbe a scrivere il De Renzi, « dovettero passare da trenta a quaranta anni per rimettersi l’equilibrio nella società, e vedere riparate almeno in parte le conseguenze della tremenda sventura.

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